lunedì 12 ottobre 2015

Camera 515 – Il viaggio dopo tutti gli altri viaggi.







New York, 12 ottobre 2015
Sono corrotto, superficiale, decadente e senza tempo. Ho sempre definito me stesso in base alla mia autonomia, alla mia capacità di esprimermi che passa attraverso la proprietà di linguaggio. Non avere modo di esprimersi è come perdersi, non sapere chi sono. Non posso stare fermo, ci deve essere un progresso, un movimento verso qualcosa. O qualcuno. Per questo la vita per me è movimento o, in una parola, un viaggio. Non sopporto chi si vuole distinguere dai turisti e si definisce viaggiatore, non sopporto i turisti e non devo spiegare perché. Non sopporto gli stanziali, coloro che vogliono tornare a casa. Io sento di tornare a casa quando ritorno in una camera. Horreur du domicile: Pascal disse che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola: non sapersene stare quieto in una stanza. “Notre nature” dice ”est dans le mouvement…La seule chose qui nous console de nos misères est le divertissement”. Ecco, io sto bene in una camera, chè non sia sempre la stessa. Anzi, che sia in un non-lieu. Mi piace quello che ho visto fin qui della mia vita, come di questo singolo viaggio. Nonostante tutte le opinioni altrui, ho incontrato sempre persone interessanti. Ognuna a modo suo. Ho incrociato i destini di qualcuno, ho sempre rispettato e stimato ogni singola anima. Possiamo fidarci di qualcuno che non capiamo ma che percepiamo? I just have to know. To be answered. Persone che sono sempre state vicine possono diventare improvvisamente estranee. E riparto. Un viaggio più lungo e bello. Questo è un viaggio fatto da solo, non per lavoro. Perché nel viaggio a due, c’è sempre chi vuole qualcuno di diverso e chi vuole qualcosa di diverso. A volte si vince, a volte si impara. La differenza tra ciò che voglio e ciò che temo, ha lo spessore di un capello. Per molti la fiducia è qualcosa da far guadagnare. Io mi sono affidato sempre alla ragione. A quella idea di donare senza chiedere. Ho trovato così facile immedesimarmi in te. Per quella vicinanza insolita, fatta di fisica e anima, di passato e futuro, di egoismo puro e ricerca di un abbraccio. Anche tu appartieni all’insieme che non mostra il vero sé per più di un intervallo. Una costante manipolazione per nascondersi agli altri, a me, a te stessa. E ti nascondi sempre, temendo. Tu che sei qualcuno. Io ti osservo, in modo che ti appare molto scientifico, molto documentato, ma non molto personale. Se solo tu sapessi. Una volta ci ho messo tre giorni interi per dimenticarti. Vuoi ancora restare qui?
Io: ci pensi mai due volte?
Tu: l’aspetto triste ma ironico è che te ne accorgerai solo quando tutto questo sarà finito.
Io: le cose che piacciono ai più sono anche le meno belle.
Tu: ma io come faccio a fidarmi di te, P?
Io: M io non te lo chiederò, mi fido e basta.
E avrei altre domande da farti, risposte da ascoltare. Vorrei sapere se prima di mandarmi un messaggio fai le prove di quello che scriverai, perché non ci siamo mai telefonati, perché non hai mai risposto al mio invito, come sarebbe il tuo giorno “perfetto”, quando hai aspettato l’ultima volta per qualcun altro, se c’è qualcosa che immagini di fare con me, se c’è qualcosa che sarebbe importante che io sapessi. E invece no, non chiedo, non dico. Non scrivo, non ti chiamo. La mia scatola delle buone intenzioni è coperta di polvere sulla mensola del tempo senza controllo. Il passato continuerà a vivere finchè gli dedicherò pensieri. Il giorno in cui io e lei diventammo amici, ovvero il punto di non ritorno.
Giorno –  C’era un raduno di attivisti animalisti, una coppia di cinesi appena sposati, neomamme e future mamme che facevano training, una donna bianca magra come un chiodo che faceva correre in circolo una giovane donna di colore obesa, un uomo con un passeggino e due bambini, una mamma e un neonato che gattonava sulla coperta davanti al lago, la coda di coloro che volevano fittare la barca per un giro sul lago a 15 dollari l’ora, tre donne spagnole che mi hanno chiesto di fotografarle, Aggie che ha ammirato la mia borsa, Cameron una giovane cameriera che cantava come la Houston, runners dappertutto e di tutte le età, cani di ogni razza, biciclette e pattini, una bambina che non sapeva più scendere dal puma di ferro sul quale il padre l’aveva messa, il sole sul prato dove avevano cantato Simon & Garfunkel, pic nic di giapponesi, la voce di Alec Baldwin, i saluti con gli sguardi e gli sguardi smarriti, i venditori di noccioline pralinate, i compratori di sogni, gli irriducibili del fitness, i gay con i pantaloni arrotolati e i capelli rasati ai lati, una donna giovane solo ossa e nervi che con modi da istruttore dei marines faceva fare pesi a ritmo ad una donna obesa giovane latinoamericana sotto la statua di un re polacco, le auto della nypd che in silenzio osservavano, i cartelli che permettono e quelli che vietano, gli alberi, le pinete, i suonatori di strumenti che chiedono un’offerta ma minimo 5 dollari per riprenderli in video, il vento fresco, i giornali, gente con sciarpe e cappelli, un uomo seduto su una panchina con i piedi nudi fuori dalle boat shoes in t shirt e shorts che faveva yoga, un giovane che cantava rap immerso nelle sue cuffie, tre uomini di colore che suonavano melodie religiose, i sostenitori di gesù, artisti che vendevano le loro foto o quadri o medaglie, il venditore di limonata, il furgoncino delle specialità belga, Kramer contro Kramer, Il maratoneta, un uomo che giocava con la figlia e la mamma che osservava distratta, coppie che si baciavano, ragazze che ridevano sguiatamente, pessimi colori per vestiti strani, il mare nei ricordi dei reduci, i platani e le querce, i genitori che fotografano i figli sulle capre, il carosello dei cavalli e la marcia di Radetzky e molto altro ancora. E io, che non l’ho ancora capito se volevo conoscerla la verità.
Sera  –  Sono da Emmett O Lunney’s, bevo una Brooklyn lager, rubo penne dal bancone da regalare come souvenir, un tizio vestito da bavarese e grosso come un bavarese parla con un barman, attendo delle potato skins e fuori c’è il mondo. Questo è un lavoro da birra, non da caffè.
Giorno  – Breakfast in America. Sulla 47ema, molto glocal, Maria the most beatiful name è una portoricana appena uscita da West Side Story che smista i clienti ai tavoli, al desk serve Jane, donna che ha il petto largo quanto i fianchi, insieme a Jack che ha i baffi e più di sessant’anni. Si aggira anche il proprietario che sembra italoamericano con la giacca di lana marrone su camicia bianca. C’è il pancake syrup, latte, ketchup Heinz How do you happy?, zucchero, Splenda, Sweet’n low, french toast, sausage, acqua fredda con ghiaccio, tre donne sulla soglia del come eravamo alla mia destra che chiedono a Jane di essere fotografate insieme, un sacco di caffè, gente in coda per avere un posto. E io, che ho deciso di bagnare anche questo posto.
Sera  – Lei è Hi. Hi come saluto, Hi come dire ci sono. Si dice che in Times Square ci passi tutto il mondo e che se sai aspettare, prima o poi qualcuno che conosci passa di lì. Non vendeva, non voleva soldi, non perorava cause, non incitava, non sollecitava, non chiedeva, non imponeva, non provocava e “non” tante altre cose. Eppure c’era. Per me e per gli altri settemilioninovecentonavantanovemilanovecentonovantanove umani di New York. Mi fermo, la guardo, mi guarda. Anzi, sguardiamo. Non importa la lingua, stiamo comunicando. Sto dicendo che sono qui per non essere altrove, dove ci sono domande, verità che non ho deciso di conoscere, luoghi che non voglio abitare, risposte che non voglio dare o sentire. Lei mi risponde con un sorriso e il suo cartello giallo. Un abbraccio, è gratis. Che stupore ho negli occhi. Una sconosciuta tra gli stranieri che vuole abbracciare uno straniero tra gli sconosciuti. Ecco perchè io mi sento a casa dove gli altri si sentono fuori. Ci abbracciamo. Sipario, questo viaggio finisce qui.

venerdì 26 giugno 2015

Camera 200 – L’asino che volava e che volle credere all’amore.

C’è molto silenzio qui. Un castello intorno a una camera è qualcosa che protegge e spaventa. Come la libertà, protegge e spaventa. Io vivo lontano da qui, ma non solo per la distanza di luogo. Per la distanza di come. Da me non c’è silenzio. C’è ogni sorta di rumore cittadino, che per me, è suono di vita. Apnea respiratoria. Non mi piace il silenzio. Esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie domande, i propri dubbi, in una parola, esprime se stessi, apre le porte alla vulnerabilità. Ma tant’è, è la vita. E farlo scrivendo qui, significa aprirle ancora di più, se possibile. Significa lasciarle alla libera lettura di chiunque. Va bene. Non importa, voglio tentare.
Non sono molto intelligente, nemmeno perspicace. Forse sono sensibile, dicono. Io ancora non ho capito fino in fondo se è una cosa buona. Sono tante le cose che non capisco. Me ne rendo conto. La sensazione di essere come Chance giardiniere. Quando esce dopo tutta una vita dalla casa che lo aveva cresciuto e protetto, ma anche rinchiuso, incapace di vivere nel mondo esterno. Confusione e incomprensione che lo fanno apparire un grande genio e un istante dopo, uno stupido ingenuo. La vita continua, no? Si, certo. Quindi si apre la porta, di esce. Raccontarsi è aprire la porta. Di cosa ho bisogno lo decido io. Così, camminando tra questi lunghi corridoi silenziosi, raccolgo pensieri sparsi, risposte date, domande che ancora vagano. Voglio solo sapere chi sono adesso. Non guardare indietro, andare avanti. E’ la cosa che desidero di più nella vita. Faccio per me, mi prego. Mangiare da soli. Come accade che due sconosciuti si incontrino? Deve accadere qualcosa perché due persone si incontrino. Quel qualcosa è un cambiamento. Svolto un corridoio, cerco la sala ristorante che mi hanno detto essere in un’altra ala. Un volto, un altro silenzio. Ci si riconosce nei silenzi? Il corridoio è buio. Non è il buio che spaventa, è essere chiaramente all’oscuro. Ammetto la debolezza del non sapere. Così provato dalla non verità che quando questa mi si presenta davanti, faccio fatica a riconoscerla. Come una carezza, un abbraccio. E faccio domande, stupide almeno quanto me, per una conferma che non arriva quasi mai. E mi racconto così trasparentemente da sentirmi un asino che vola. L’asino che volava e che volle credere all’amore. Ma è nel buio che devo guardare con disobbedienza, ottimismo e avventatezza. Lo sconosciuto mi affianca. Che a vedersi mette quasi paura. Uno scambio di buio, passa e se ne va. Ma nella mente torna quell’altro viso. Tu mi piaci molto e non ricordo l’ultima volta che ho provato qualcosa di simile. Ho pensato a te tutto il giorno, e sono mesi che non ne parlo con nessuno. Come ti è venuto in mente di dirmi che ti piaccio?
Perché mi hai cercato? Ne avevo bisogno.
Il passato appartiene a un altro me.
So qual è il mio posto.
Ma le decisioni che prendo, quelle sono io
Devo convivere con quello che sono da solo.
Nessuno può modificarlo.
Quante volte partiamo?
Quante volte torniamo?
Quanto va perduto in ogni viaggio?
Quando lo perdiamo?
Quanto va trovato in ogni viaggio?
Che ci guadagni? Io riparto. Decidi tu se cercarmi o no.
In fondo tutto si riduce a due risposte: si, no. Senza fare tanto gli schizzinosi.

domenica 31 maggio 2015

Camera 204 – Considerazioni serali sul fatto che sono discromatopsico.



Qui c’è un silenzio lussuoso. Nessuno passeggia in strada, le auto sono ferme, perfino le vetrine sono silenziose. Secondo i ricercatori finlandesi il silenzio è una risorsa importante. Sarà. Ma quando sento questi discorsi sul silenzio, sulla benefica attività terapeutica della quiete, ho l’impressione che qualcuno voglia vendermi la calma. E la calma non la compri, ammesso che t’interessi. La calma la trovi, non la cerchi. Un poco come l’amore. A me non interessa la calma come valore assoluto. Io sono calmo in quello che è per molti lo stress della città, del movimento. Qui anche al ristorante i movimenti sono calmi. Gruppi di persone sedute ai tavoli condividendo sguardi e luci di candele, bevendo con tale lentezza da ricordarmi quando d’estate con il caldo vuoi bere e la mamma ti diceva di farlo a piccoli sorsi. Ore e ore, restando seduti, immobili nei corpi. Ma quale sarà il loro stress da portarli a stare fermi per rilassarsi? Me lo chiedo ma non a lungo, perché sono seduto al bancone del bar e, conseguentemente, posso guardare solo la spettacolare disposizione di bottiglie, le acrobazie del barman con bottiglie e bicchieri e cercare di riconoscere quindi i cocktails che prepara. Per un poco cerco anche di immaginare chi berrà quegli intrugli. Perché bere, significa scegliere e scegliere significa raccontare di sé attraverso quella scelta. Ma stasera non c’è spazio per questo perdersi nei vicoli altrui. Mi torno a concentrare su un pensiero prodotto mentre ero seduto al posto di corridoio della fila sei dell’airbus trecentoventuno che mi ha portato a Helsinki. Ero seduto da solo e ho avuto modo di guardare fuori dall’oblò. A un certo punto mi sembrava di vedere cose che non avevo mai visto, come tagli di luce che attraversavano nuvole, le stanze dove si prepara la pioggia prima di uscire e, attraversando un corridoio fatto di silenzio, precipitare giù facendo un rumore metallico. Però io sono discromatopsico e allora se li descrivo i colori, non sono affidabili. Se ti dico che era blu forse era viola. Allora te li devo descrivere in altro modo, perché non posso distinguere tutte le sfumature e le tonalità. E come faccio a descriverti i colori che vedo che rappresentano la gioia dell’arte nella vita? Ma poi penso che mentre non poter distinguere i colori è una causa naturale, il non saper distinguere le tonalità comportamentali, le sfumature emotive, la cartella colori delle relazioni, è peggio. E con quell’incapacità che si fanno danni peggiori. A se stessi. Alla discromatopsia visiva devo aggiungere quella emotiva. Perché mi rendo conto che non ho saputo distinguere una voglia da un’urgenza, un ti amo da un orgasmo, le tue lacrime dalle lacrime per te stessa, il tuo silenzio da un abbandono, il tuo sguardo dal voltarti indietro, il tuo non voler andare dal tuo non volermi accanto, la tua indecisione dai tuoi dubbi, il tuo fare per il mio bene dal fare del bene per te stessa. Così come non ho saputo riconoscere un passaggio da una relazione, una notte da una tempesta, una telefonata da una scopata. Non sono istintivo, mi applico con la ragione e quindi non interpreto: leggo testualmente, mi attengo al testo. Non penso che no sia forse e che forse sia si. Non l’ho mai fatto e non comincio ora. Ora intorno a me ci sono le voci dei sussurri, dell’acciaio dello shaker con ghiaccio, del cristallo del tumbler, di Heaven dei Talking Heads. Per me la quiete non è il silenzio assoluto. Per me la quiete è ascoltare ciò che ti fa stare bene. E non ho saputo distinguere la quiete di due corpi accanto, con il silenzio di chi non vuole parlare. E quando muovevi la testa, pensavo che una musica stesse attraversando la tua testa e invece non ho saputo riconoscere che te la stavi portando via la musica. E per questo che io e il silenzio non andiamo d’accordo. E non ho saputo distinguere quel tuo alzarti dal divano dal mettermi alla porta. E una volta fuori non ho saputo riconoscere più la strada per casa e sono finito in un labirinto di ricordi aggressivi come arbusti spinosi e perciò, graffianti. La conferma che non so distinguere l’ho trovata in questa terra, dove tra qualche settimana non si distinguerà il giorno dalla notte.

Heaven Talking – Heaven
Everyone is trying to get to the bar
The name of the bar, the bar is called Heaven
The band in Heaven, they play my favorite song
They play it once again, they play it all night long

mercoledì 20 maggio 2015

Camera 258 – Scritto prima di andare alla cena di gala, dopo averti sognata.

“Tienimi alla giusta distanza da quelli che amo, Dio, cazzo.”  Valeria Parrella – Troppa importanza all’amore.

Ho letto questo libro con curiosità. Poi l’ho riletto con accuratezza. Poi l’ho chiuso e lasciato fermentare dentro. C’erano tanti riferimenti a certe mie esperienze che non sto qui a riportare ché altrimenti divago troppo. Poi sono partito, come al solito. Nessun viaggio particolare come però ogni viaggio è particolare. Vabbè, sono arrivato Cracovia. Poi sono andato a dormire e t’ho sognata. Non mi succede spesso, ma succede. E tra sogno e pagine, c’è quel passaggio che mi passa e ripassa nella mente che sento mio. L’autrice sono certo capirà: come ogni artista autentico sa che la sua opera è completa solo quando si realizza in chi ne usufruisce. Tutta la vita si misura in distanze: di tempo e di spazio. Ed è in quello spazio assoluto che si esprime l’essenza. Essenza dell’essere, del sentimento provato, della propria origine, del proprio desiderio. Dieci parole, non una di più, per esprimere un concetto che vivo da anni sulla pelle. Che sintesi potente, Dio, cazzo.
E allora mi trovo a chiedere di tenermi alla giusta distanza in anni e kilometri dalla genesi, da quel luogo, da quelle emozioni che tagliano, da coloro che cercano di rendersi utili e quindi da coloro che fanno cose per il mio bene. A tenermi alla giusta distanza da chi cerca la risata sempre e comunque, da chi è ancora un invincibile ricordo sbagliato nella mente, dai dolci, dal troppo cotto, da chi ti rovescia addosso la falsa sfortuna di non essere perfetto. Tienimi alla giusta distanza da chi recrimina continuamente, dagli indecisi, da chi rivendica sempre, da chi non sopporta, da chi cerca sempre la poesia, da chi non legge un libro ma anche da chi legge solo libri senza fermarsi a parlare. Tienimi alla giusta distanza da chi non cerca più, da chi non vuole muoversi e preferisce stare sul divano, da chi ostenta la sua non ostentazione, da chi non apprezza il blu, da chi se n’è andato dalla mia vita senza passare dal via. Tienimi alla giusta distanza da chi ho amato, da chi non sopporta, da chi ti mi chiede come stai? Ma non viene mai. Tienimi alla giusta distanza dall’aria buona, dalla natura, dal verde che non so abbinare. Tienimi alla giusta distanza da me stesso quando mi frequento troppo, da chi non mi chiama per nome, da quella strada nel bosco, da quell’idea che avevo di te, dal telefono per chiamare ancora. Tienimi alla giusta distanza da chi non se n’è accorto, da chi fugge e da chi tace e non risponde. Tienimi alla giusta distanza dal vuoto e dal pieno. Tienimi alla giustanza distanza da me stesso, che dopotutto, è la distanza più importante.

domenica 10 maggio 2015

Camera 109 – L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.


Quando entro in camera ho sempre due possibilità. A volte mi ritrovo e mi riconosco, a volte sento che sto valicando la soglia di un territorio sconosciuto. A volte ti desidero ancora, a volte ti ricordo ancora. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a indicarmi quale delle due possibilità si trasformerà in strada da percorrere. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a trasmettermi quella sensazione di avere sempre una prospettiva diversa delle tue parole, dei tuoi silenzi con me. Le immagini e i vuoti sono la nostra storia, la nostra memoria. Mi chiedo se continuano ad alimentare solo la mia. La camera è il luogo che più abito, luogo di transizione eppure esposizione permanente che regsita i miei cambiamenti, piccoli o enormi, È lo spazio dove mi sento vivo, dove siamo stati davvero noi, anche se per un battito di ciglia. E ogni camera che ancora vivo, prende allora significati intrinseci e paralleli a seconda che viva di ricordi o di desideri. Di te. Dei tuoi elementi esteriori come lo stato d’animo e l’ineluttabile fretta che ti accompagnava, dei tuoi elementi interiori come l’aspetto e l’essere in forma. Tutto mi restituisce informazioni su come siamo stati male e bene assieme, di come abbiamo provato a interagire con i nostri mondi diversi, del provare a mescolare la creatività delle piccole cose e la personalità del gesto quotidiano. Non ricordo di aver capito meglio altro dubbio che il tuo. Le immagini dei ricordi scorrono con ritmo irregolare, come la luce dell’insegna del ristorante di fronte che filtra attraverso la tapparella rotta. I ricordi prevalgono quando documentano la progressiva scomparsa del dialogo lasciando spazio alla costruzione di un muro di separazione. Quel muro sul quale finimmo poggiati in quell’ultimo abbraccio. L’unico abbraccio autentico di quei pochi mesi. Io continuo a viaggiare, esploro gli spostamenti del vivere e vivo nello spostare. Mi manca quel nostro incontro, sostenuto da sguardi e sensazioni, sfumature e densità che sì, d’accordo, vivevo solo io, ma mi restituivano lo stupore della bellezza fatta sangue e del seguito che avrebbe avuto. La bellezza, si sa, richiede attenzione e pretende uno spazio suo. Fissavo la tua mutevole bellezza, il suo contenuto che per altro era solo superficiale, il suo alternarsi tra effimera e persistente. Quella bellezza che indossavi come un abito che ti dava identità. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno nel mio tempo. Quel tempo che abiamo abitato insieme ma non vissuto insieme. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno in quel doppio di sé, che è il sesso. Quel sesso come nostro organismo. Vivo, si rigenerava, cresceva, si modificava. Quel sesso che reagiva ed era reattivo:  custodiva le nostre espressioni, estensione dei nostri pensieri e delle nostre possibilità. Quel sesso che è l’unica cosa che hai vissuto con me. Poi arrivò quella domenica che mi guardava con sospetto. Poche parole. I se come espressione di sé. E improvvisamente tutto è divenuto convulso, connesso e contagiato. Dentro e fuori sono limiti da valicare continuamente. L’atmosfera della tua casa era divenuta non accogliente. Da materiale a immateriale, da persone che ci sono a persone che sono. Allora si esce. Io esco e lascio alle spalle la tua vuota bellezza. L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.

Camera 533 – Pensieri scritti nel tentativo di prendere sonno.






Amsterdam non è mai stata una città meta, una città sogno per me. In tanti hanno detto e continuano a dire che città fantastica. A me insomma rimaneva sempre quell’impressione che si ha (aveva?) dall’Italia, di Amsterdam, anche se venendo qui, l’impressione è completamente diversa. La stessa cosa che accade con le persone, insomma. Però è una città che mi è sempre stata indifferente, fin dalla prima volta che andai a L’Aja. Invece da sempre avevo due città, che per quarantadue motivi diversi per ciascuna, volevo visitare. Una era New York, l’altra era Mosca. Nelle mie idee, in quei piani che fai quando sei un ragazzo che sfoglia le riviste di lusso, cioè non erano di lusso, ma viste in quegli anni sembravano di lusso, la prima che avrei voluto visitare, doveva essere NY. C’erano ragioni ovvie tipo che era più facile viaggiare verso ovest, tipo che c’erano dei parenti emigrati, tipo che l’ URSS che conoscevo era quella della cortina di ferro, de Una giornata di Ivan Denisovič il romanzo di Aleksandr Solženicyn, che sembrava grigia e inospitale per quanto riservata e attraente. Poi la vita si diverte a mescolare tutto, a farti deviare davanti all’ultimo metro del traguardo che sembrava già raggiunto. Così sono finito prima a Mosca. La cortina di ferro non c’era più, nemmeno Leonid Breznev che per me era il simbolo espressivo di quelle riviste russe tradotte che leggevo. Arrivai a mezzanotte in un aeroporto tanto enorme quanto aperto a tutti, tra militari armati e finti tassisti. Mi ricordo che tutti volevano offrire qualcosa. In un certo modo ero diffidente e spaventato, invece il calore e l’accoglienza dei russi si sono manifestati subito. Arrivai in hotel, Mandarin se non ricordo male, verso le due di notte. La strada dell’hotel era sporca di fango e neve e vicino ci stava una caserma. Non sembrava una di quelle strade che vuoi passeggiare per fumare l’ultima sigaretta prima dell’alba. Invece, scoprii che tutte le strade appaiono così a Mosca, perchè quando nevica e fa freddo, fa freddo sul serio e non si sta a perdere tempo a togliere fango e neve che già ne arriva. Però tornando all’hotel, che altrimenti divago tanto, erano le due di notte (o del mattino? Boh..) e il bar era aperto, la cucina pure, vendevano le sigarette e si poteva stare a chiacchierare e fumare come fossero le sei di sera. E non era un super lussuoso hotel che ti offre il servizio 24H caricando una cifra da investimento sulla black card. Era l’ospitalità russa. Che ho trovato a Mosca, a Kursk, a Minsk, a Yaroslav. Chi ti apre le case, chi ti offre un thè caldo, una vodka, una sigaretta. Tutti seri e calorosi, felici della loro offerta, severi nelle loro espressioni, rigorosi nelle loro file al freddo per entrare al Mausoleo, austeri nell’osservare la campana dello zar davanti al campanile di Ivan Il Grande. Mosca è quella donna alla quali non dici ti amo, ma che ti ama per tutta la vita. Quando poi sono andato a New York, la prima volta a febbraio di quest’anno, non mi è venuta in mente Mosca subito. Mi sono prima fermato ad un semaforo sulla 5th Av. e ho pensato: bellissimo. Forse ce l’avevo stampato in faccia, che tutti mi sembravano sorridermi, gentili nel chiedermi con lo sguardo quale fosse la prima parola che avessi imparato quel giorno. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto: bellissimo. Però mi sono reso conto che loro non scherzavano. Camminavano, attraversavano, correvano, parlavano al telefono, portavano in mano bicchieri di carta con caffè fumante, scendevano le scale delle stazioni della metro, fermavano i taxi al volo, facevano la coda alla cassa di Dean & Deluca, mangiavano succulente eggs benedikt da Balthazar, sorseggiavano Chili Martini da Oceana, urlavano il loro amore in Times Square e molto, molto, molto, molto altro ancora. Ma non scherzavano. Mercanteggiavano, si. Trafficavano, si. Negoziavano, si. Ah, non dormivano. Quindi, non scherzavano e non dormivano. New York è quella donna alla quale dici ti amo, ma che non ti amerà per tutta la vita. Ho pensato a questo e a molto altro stasera. Non ho capito bene di cosa ho parlato con me stesso, di cosa ho scritto. Sempre ammesso che le altre volte ci sia riuscito, a capirmi e farmi capire. Sono stato il segreto di qualcuno. Così segreto che tanti lo sapevano, men che io. C’è già un nuovo biglietto per New York, e non per Mosca. Non è casuale, è una scelta. Poi penso a queste ultime nuove notizie, labili, per sapere chi era mio padre. E’ così che sto al mondo, penso, nel tentativo assurdo di prendere sonno.

domenica 26 aprile 2015

Camera 303 – Appunti volanti e informali di miei pensieri raccolti una sera.



Tornare qui dopo due anni, nello stesso hotel e constatare quello che so per esperienza. Che tutto può cambiare anche se resta tutto uguale, che tutto può apparire uguale anche se è tutto diverso. Secondo me, per analizzare e realizzare quanto si cambia dentro, non hanno inventato ancora niente di meglio del viaggiare. Così su due piedi, già attraversando il corridoio del terzo piano mentre cerco la 303, mi salta agli occhi l’impressione forte di quanto fosse completamente diversa la mia vita di prima. Cioè due anni fa, ero venuto qui che non avevo ancora una casa. E mi sembrava una cosa normale. Cioè è vero che stavo per entrarci, nella casa, ma anche non so, era normale che passassi da una camera all’altra. E quello della casa, che allora mi sembrava un cambiamento rigoroso, severo, serio, terribile visto da qui, era solo uno dei tanti. E neanche il più grande cambiamento che avrei affrontato. Che poi la camera di un hotel per me non era un surrogato di una casa. Era un posto che uno di andava e si sentiva a casa. Funzionava benissimo anche quello per essere se stessi, anche senza oggetti. Questo è un posto dove la vita, non interessante di un decadente, corrotto quarantanovenne, si racconta in una camera d’hotel per volta, e gli ospiti dell’hotel, il portiere, il concierge, il facchino, il personale di cucina, il ragazzo dell’ascensore, l’uomo del garage, le cameriere del piano, non fanno a gara per partecipare, ma sono dei guardiani di questi momenti e di tanto in tanto, quando rubo loro gli sguardi sul mondo, mi guardano malissimo. Però per tornare ai cambiamenti che producono sempre incanto e incompiutezza, devo dire che alcuni ti ricordano di non dimenticare la cosa più importante che però adesso non mi va di scrivere qui, perché voglio rispettare la sua richiesta di non essere citata, nominata. Mentre cerco di mettere in armadio gli abiti dalla valigia, mi rendo conto che manca il portacravatte. Penso di averlo distrattamente già poggiato altrove, chessò sul letto, o in un cassetto, ma nulla. Tutti i tentativi di ritorvarlo non hanno portato a niente. Allora mi affaccio alla finestra, mi metto a pensare a lei e visualizzo le tre cravatte rimaste a casa. Per essere precisi, sono rimaste su una mensola di vetro che sta al centro dell’armadio. Che poi uno si chiede perché un armadio di una camera da letto abbia mensole di vetro al centro, tra le quattro ante. Ma niente, non lo so, l’ho trovato così. Anzi prima erano tre, adesso solo una, le altre le ho occultate. Comunque è la prima volta che dimentico una cosa importante di lavoro, le cravatte. E mi viene in mente che prima, quando passavo da una camera all’altra, non perdevo nulla di questo. Era tutto in valigia, sempre con me. Un bel vantaggio, senza dubbio. Però ho pensato anche che è stata la mia mente, solo la mia, ad avermi ingannato. Ad aver prodotto un’immagine completamente falsa: quella del portacravatte nello scomparto superiore della valigia. E per analogia allora penso che anche nelle relazioni finiamo per vedere cose che non esistono, finiamo per ricordare parole mai pronunciate, promesse mai dichiarate. Insomma, che se inganno c’è stato, non è dell’altra persona, ma di noi stessi. Ci siamo ingannati creando un mondo parallelo. Mi sono lasciato ingannare da me stesso, imperdonabile. E questo mi porta a pensare ad un altro cambiamento importante che ho vissuto sulla pelle. Cioè ho pensato, per un periodo di tempo durato qualche camera, che certe storie lasciano cicatrici perenni. Che alcune storie vorresti dimenticarle, altre invece vorresti ricordarle per sempre. Quelle inutili stanno tra la memoria e l’oblio. E che se voglio portare segni sulla pelle, voglio che siano quelli dei miei viaggi, voglio che siano segni che mi piacciono. Così ho due tatuaggi.