martedì 27 aprile 2010

Camera 210 - Attese ed azioni


Qua dentro non ci sono i nostri odori. Anzi, non ci sono odori della natura. Puoi avere un televisore per vedere le immagini dei tuoi luoghi. Puoi avere una radio per i suoi dei tuoi luoghi. Ma nulla riproduce gli odori. Cominci così, piano piano, poco a poco, a perderti. Scivoli lentamente dentro questi non luoghi, restando legato a false, piccole, abitudini confortevoli che calcificano i sensi.
I gesti, le azioni, sono sempre gli stessi. Poi improvvisamente un messaggio. Poi una telefonata. Ed è il senso che aggiungiamo ad una giornata.
Ero oltre la metà del mio viaggio da sette ore. Una velocità comoda per poter passare indisturbato tra le altre auto. Sconosciuto è apparso sullo shcermo del telefono. La voce è bella chiara, accento pulito, parole scandite che arrivano allegre alla mente. Il ritmo è allegro e segue bene la velocità di guida. Non mi fermo: rafforza la sensazione di andare là, da dove provengono quelle parole. Le domande sono mirate a conoscere quanto basta ad un primo contatto telefonico. Ci scriveremo, e lo faremo per ben quattro volte nei due giorni successivi. E poi ancora un'altra telefonata, e poi ancora una mail. Tutto come fosse una danza già ballata altre volte. Sto cendendo alle lusinghe di chi mi promette una parte importante in una nuova recita? Mi volto indietro e osservo chi sarebbe accanto a me. Nessuno. E resto sospeso tra le attese e le azioni. Dovrei già raccontarti del nuovo dialogo? No mia cara. Dormi pure. Io resto sveglio, perchè comunque vada, io non sogno più.

domenica 25 aprile 2010

Camera zero. Il principio.


Sono passati venti anni ma ancora sento la stessa sensazione ogni volta che apro la porta. C'è uno specchio. Siamo uno di fronte all'altro. Lui mi guarda fisso. So cosa sta pensando.
Poggio la valigia sul letto, è troppo grande per stare sulla panca. Tolgo la giacca, apro lo zaino e accendo il computer. Torno alla valigia, la apro, comincio a disporre le cose. Dapprima pantaloni e giacche nell' armadio. Poi le scarpe. Poi il necessarie da toilette. Poi le camicie, infine le cravatte. A questo punto la valigia può stare sulla panca, riprendo il computer, mi collego. E' una sequenza da mani legate anche se le mie sono libere. L'immagine nello specchio mi volta le spalle e si rifugia nell'angolo più remoto della camera. So di essergli vicino, ma non tanto da vederlo.
Dopo cena finisco subito per andare a letto. Non che abbia subito voglia di dormire, lo faccio solo per concentrarmi a cercarlo. Spio sott'occhi il riflesso nello specchio, ma fugge sempre veloce. E quando mi giro, mi distraggo leggendo un libro, il riflesso che mi conosce bene, mi raggiunge in silenzio, e si stende accanto a me.
E' mattino prima ancora che suoni la sveglia. Dico "è tardi, andiamo..", resto spiazzato. La barba, la doccia, rimetto man mano le cose in valigia nell' ordine inverso con cui sono uscite. Vado a fare colazione. Rientro in camera, gli ultimi dettagli, la chiusura della valigia. Sono in piedi, sull'uscio, mi volto indietro, un'ultimo sguardo al riflesso. Mi osserva, mi è vicino, mi accarezza, ma non sorride mai.

martedì 20 aprile 2010

Camera 111 - Mi manchi.


Non ci sono altre parole per dirlo: mi manchi.
Sei stata con me in tutti questi anni una preziosa presenza, compagna di luoghi remoti, custode dei miei segreti. T'ho incontrata per caso un giorno, innamorandomi subito delle tue forme e del tuo blu profondo. Scoprii subito dopo che eri anche ricca di contenuti, solida come poche, sicura e fedele.
Certo, abbiamo avuto anche noi i nostri momenti no, le nostre paure. Come quella volta che sparisti per due giorni interi. Ti ritrovai smarrita, ti riportai a casa, felice di essere di nuovo con te.
Te ne sei andata un giorno di primavera, forse stanca di questo mio girovagare, forse stanca di portare tutti i miei pesi. E pensare che il giorno prima eri con me in quel paese lontano. A nulla è servito provare a trattenerti. Il tuo destino era segnato. A nulla serve rivedere le foto di tutti i luoghi visitati insieme, in cui appari quasi per caso, neanche fossi timida.
Passeggiando ieri mi è sembrato di rivederti, in una vetrina dalle mille luci. Quelle stesse luci del nostro primo incontro. Ma non eri tu.
Ho la solita vita normale, non mi manca niente. Ma mi manchi tu, cara vecchia valigia blu.


domenica 11 aprile 2010

Camera 108 - Forse



Forse è proprio quello che aspettavi da tanto. Da quando hai cominciato a centellinare le parole della tua fantasia. Da quando non hai osato parlarmi del viaggio che avresti fatto. Da quando hai riletto al contrario tutte le parole che avevi scritto. Da quando hai nascosto le lettere che potevano essere fraintese. Da quando hai negato i tuoi silenzi che ti sembravano belli ma che non sapevi a chi dare. Da quando avevi detto che non te lo saresti più aspettato, per ragioni che non mi hai voluto spiegare. Da quando avevi smesso di viaggiare per cercarti. Da quando avevi smesso di scrivere i sogni che facevi e che non sapevi dove nascondere. Ma il nostro dialogo era diverso. Eppure hai rinunciato a continuarlo. E rinunciare è un po' come rinunciare a se stessi. Perchè parlavamo veramente. Parlavamo attraverso lo spazio di qualche pausa. Parlavamo attraverso il tempo di un silenzio.
All'improvviso quella telefonata, tra il caos della folla che ti circondava, il silenzio che invadeva la mia mente. Pensavo di avere una compagna di viaggio e invece...
Ora voglio solo viaggiare e dormire dove capita. Il tempo lo metto io, lo spazio sarà quello che troverò.

martedì 6 aprile 2010

Camera 966 - C'era una volta.

C'era una volta una sera d'estate. Faceva caldo e si stava bene all'aria aperta, accanto alla piscina. C'erano tante persone, conosciute o perfetti anonimi. Io guardavo solo te, pensavo solo a te. Avevamo concordato di andare a quella cena e di trovare modo per aver tempo per noi, dopo. Sparisti dopo pochi minuti dall'arrivo, catturata dai soliti numerosi abbracci, travolta dai sorrisi. Io restai nel vuoto. Ti rividi per un momento accanto ad un bicchiere, un sorriso e un tocco leggero alla chiave d'oro che portavi al collo. Segnai quei gesti nella memoria, tornai nel vuoto. Due ore e molte sigarette dopo ti avvicinasti con passo deciso e parola svelta: "portami via."
Sapevi che mi piaceva guidare, sprofondasti nel sedile e ti chiudesti gli occhi, lasciandoti portare ovunque. Non una parola nell'aria. La tua bellezza rispondeva ad ogni domanda. E di notte apparivi ancor più bella, se possibile.
Fermai l'auto accanto ad un portone antico, non curato, ma segno di una casa d'altri tempi. Scesi ed osservai i tuoi occhi riaprirsi, senza stupore. Perchè sorridi?
Mancava poco alle tre. Ero stanco, la tua folla aveva consumato le mie energie. Uscisti dall'auto ripetendo "piano, piano, domani, domani." Ma non ti rendevi conto che non distinguevi più sogno e realtà. E anche apparenza e realtà si confondevano. Tu eri tutto ciò che scompare quando la notte finisce. Il portone non era quello tuo, io andai a bere.