domenica 25 luglio 2010

Camera 301 - L'ansia


Ti sei seduta davanti a me. Osservavi il mio sguardo, chiedevi ancora un consenso, ma hai trovato una maschera neutra che ti ha negato l'occasione di parlare. Ho solo pensato di non voler trasformarmi nel tempo come te. Di non calcificarmi dietro un dolore marcificante. Non hai attenzione ed ascolto per chi non pensa come te. Non è che non ti comprendo. Rispetto la tua amarezza per tutto quanto hai vissuto, per ciò che hai fatto. Ma proprio perchè l'hai provato questo silenzio doloroso, dovresti capirlo di più. E invece ti muovi come vuoi perchè sempre giustificata. Ma giustificata in nome di cosa? Ti vedo così bella viva e in pieno stato di forze ma così volutamente lontana dalle voci esterne mi fa pensare alla tua aridità. Stai diventando l'ombra di quel silenzio che hai ascoltato, stai diventando un silenzio ancor più stridente e cattivo. E nell'ansia di sopprimere il simbolo di quel vuoto passato, stai uccidendo il nostro dialogo.

sabato 24 luglio 2010

Camera 506 - Pensieri

Sono qua che mi rivolto in questo letto pensando a te. A chi se no? A te che sei il primo pensiero dal mattino quando mi chiami per chiedere cosa fai?, alla sera quando riusciamo a condividere quel poco di tempo convulso, rubato ai nostri altri.
Con occhi spalancati osservo il soffitto o le righe uguali di questa tappezzeria tutte allineate come le giornate che viviamo. Dimensione nera, profonda e vischiosa.
Mi interrogo sul mio spazio dentro te senza darmi una risposta, senza avere un breve attimo di proiezione in avanti. Il tuo silenzio si alterna a poche parole come una marea, tenendomi inchiodato qui. Ma non so ancora per quando.
Non penso al tuo tempo che sai dividere solo con te stessa, nè alla tua ampia testa che sa dare spazio a tanti. Non penso alla tua mente che razionalmente alterna vicinanza e lontananza. Io penso al corpo, alla carne, alla materia. Non penso più alle infinite immagini senza ordine dei ricordi comuni. Non penso a quando imparavamo insieme a conoscere un nuovo mondo. E' possibile uscire dalla propria precedente realtà, archiviare tutto il passato. Tutto è possibile ed ha dignità di essere se possidere un valore. Penso a tutto quello che ha cambiato la mia vita: ogni volta deciso in un solo istante. In un solo momento ho pensato se appartenessi a te, a me, al passato. Ma poi ho pensato che appartengo ad uno spazio più grande e più interessante dei desideri stessi. Il sangue pulsa, mi giro sulla destra. Alla prossima camera.

sabato 10 luglio 2010

Camera 925 - Due sedie


E' calda la sera, si può bere all'aperto. Mi accomodo ed osservo intorno gli altri ospiti. La tua telefonata non arriva. Conosco una persona. Dice che tutto quello che possiede lo porta sempre con sé. Senza alcuno sforzo, con incedere lento, paziente, tranquillo. Non sorride frequentemente ma questi "non sorrisi" sono sinceri. Si riconosce come poco letterato, sa della insufficienza della sua cultura.
Vive in una stanza con poche cose. Nella mia camera ci sono due sedie, una delle quali per riporvi il cappello. Lo dice a chi gli chiede di sè. E' uno dei due luoghi dove si concede un breve riposo. Talvolta lo colgo in qualche momento in cui tutto gli appare sotto gli occhi. Una superficie che con sguardo investigatore tenta di penetrare. Una capacità fastidiosa negli altri almeno quanto la forza che gli permette di superare le leggi impulsive a cui si può facilmente essere soggetti.
L'altro luogo dove va a riposare è il caffè. Arriva al caffè sulle dieci, si mette a sedere e vi resta anche per due ore. Seduto ad un tavolinetto tondo sul quale stanno un vassoio e la tazzina del caffè. Posa le mani sulle ginocchia, di volta in volta. Alza lo sguardo lentamente, ammira il vuoto. Vorrei tu fossi qui, vorrei presentartelo. Squilla il telefono, la domanda di rito: cosa stai facendo? Mi guardo allo specchio.

sabato 3 luglio 2010

Camera 251 - Perchè lo hai fatto.



La sera di martedì mi hai chiamasti perchè volevi condividere pensieri e idee per il nostro futuro, come fossero anticipazioni per l'inverno a venire. Avevi una voce appuntita con un tono morbido. Il ritmo vaporoso, inclinato alla domanda. Ero nell'atrio di un albergo, uno dei tanti. Sembrava la scena di un film. Ma ciascuno di noi poteva essere personaggio in quella relazione. L' albergo si andava riempiendo per un convegno. Personale di servizio, hostess e amabili comparse scomponevano i gruppetti per ricomporli davanti ad altri tavoli. Una luce falsa e un suono fastidioso facevano da cornice alla nostra conversazione. Tutte quelle facce tirate si osservavano attraverso falsi movimenti. Una bella signora frusciando, un uomo magro con pesanti occhiali. Tutti erano molto lontani dall'immaginare la conversazione che continuava dietro i nostri apparecchi. Mi annunciasti un pensiero importante: "voglio da te una certa cosa, spero che tu sia convinto quanto me". Un pensiero che considerai sconveniente, come tutta quella sera lo era. Tutto ciò che accadde quella sera fu sconveniente. Non avevo capito il silenzio dei due giorni precedenti. Ora ci pensavo e mi chiedevo perchè. Tu parlasti ancora, io distrattamente ascoltavo le tue parole senza coerenza che insistentemente cercavano la mia attenzione. Non mi preoccupavo di nascondere la mia noia. Mi chiedesti attenzione, di essere paziente. Mi apparivi sempre più cinica che attenta, superficiale che disponibile. Ma mi accorgevo anche di averti dato tanto, intensamente. Erano pochi mesi che c'eravamo conosciuti. Era quasi mezzanotte, guardavo le persone intorno e svogliatamente chiusi la conversazione. Ero stanco. Seguii un poco con lo sguardo quelle gambe incrociate che sedevano di fronte, incrociai due occhi seri e pallidi. Il bar dell'albergo era grande, con una sala con pianoforte. Una musica attirò gli ospiti e mi ritrovai da solo a leggere un messaggio che non aspettavo. Con un leggero filo di voce un nuovo dialogo stava nascendo. Perchè lo hai fatto?

venerdì 2 luglio 2010

Camera 22 - Il biglietto.


(ascoltando Helen Grimaud - Rachmaninov - Etudes Tableau op. 33 n° 1-2)

Forse non avrebbe chiamato. Forse non avrebbe scritto più. Forse non avrei più saputo nulla. Che ne sapevo io? Invano cercavo di dominare pensieri e paure. Pure il portiere d'albergo si accorse di questo mio attendere distratto. Occhi che vagavano distratti, mani nervose sfogliavano inutili pagine. Nelle tre ore precedenti avevo parlato, scherzato anche. Smorzavo le luci, passeggiavo sulla terrazza, guardavo il nulla galleggiare sulle onde del mare. Erano lunghe quelle ore che pigramente vedevo avanzare stanche. Doveva arrivare, tutto qui il nostro accordo. Non sapevo cosa, o chi. Viaggiava verso di me? Era ferma da qualche parte? Dov'era in questo momento? Provavo e riprovavo calcolando, immaginando. Tutte le mie deduzioni matematiche sembravano rompersi per un piccolissimo granello di sabbia. Fumavo nervosamente, mordicchiavo la sigaretta. Si spegneva, la gettavo via, ne accendevo un'altra. Tutto intorno piano piano si spegneva. Mi parve di restare solo. Rientrai in camera. La luce fioca. La piccola camera era degna di quell'attesa? Avrei ricordato ogni angolo, ogni oggetto di quella camera perchè ad ognuno di essi era legata una mia sensazione nell'attesa. La speranza, l'angoscia, la fiducia, l'insonnia. Ero ormai certo che non sarebbe arrivata. Aspettavo per scrupolo, quasi per dovere. Poi, il suono di un campanello. Trovo la forza di aprire la porta. In una mano guantata di bianco, è appoggiato un biglietto. Non parlo. Ci guardiamo, due esseri di fronte, in silenzio. Mi mostra il biglietto. Lo prendo.
Tu hai potuto dimenticare, io ho potuto dimenticare.