domenica 31 ottobre 2010

Camera 002 - Silenzio.


Nord sud est ovest non esiste qui. E' un mondo a parte. Che vive nel silenzio finchè non arriva un rumore. Un mondo carico di ricordi di un passato glorioso. Un mondo non luogo che ha assorbito il carattere delle persone. Di chi ha vissuto una sola giornata o di chi ha lasciato la pelle. Tutto mescolato creando effetti creativi strani. Impercettibili sfumature. Sacralità e profanità. Coraggio e paura. Come una nazione dominata nei secoli da popoli diversi. Ognuno qui dentro si è sentito re padrone assoluto del mondo, di questo mondo. Uno spazio con una fortissima identità. No, con una sintesi perfetta. Una cassaforte di emozioni tragiche e comiche, di sentimenti di solitudine e di solidarietà. Un luogo splendido e sofferente un palcoscenico dove recitare l'ultima scena. Aspettando una voce che non suona. Staccandosi dal rumore che lo circonda.

lunedì 25 ottobre 2010

Camera 809 - Vagabondo


Freddo. Spazio ampio, poltrone piccole. Caffè. Arrivi salutando.

- Ecco il vagabondo.

- C'è stato un cambiamento.
- Valori tradizionalisti.
- Disillusione
- Una nuova concezione in cui i ruoli si confondono.
- Bisogno di guardare in faccia gli errori del passato.
- Una forma di dialogo che parte lento.
- Non esiste un debito di riconoscenza dopo anni di lontananza.
- Parlare di, è anche parlare della storia di.
- Portatore di percezioni.
- Discendere dalle terribili colpe di una camera.
- Una figura indescrivibile come rivolta contro quella presenza.
- Impedimenti che intralciano il muoversi liberamente.
- Una parola nel vocabolario di questa storia.
- Un rumore nel silenzio: lo scontro di due diverse visioni.
- Due modi diametralmente opposti di concepire la vita.
- Senza l'esistenza di una presenza si vive una valida assenza.
- Tempesta e contenimento.
- Dicendo cosa, facendo cosa, nacque tutto?
- Sostenendo. Costretto a portare le prove della propria esistenza.
- Affinchè si impregni di realtà.
- Fuori di dubbio che non dimentico il mio io.
- Non limitarsi a raccontare il fuori.
- Un uomo difficilmente controllabile perchè racconta la verità che nasce dall' osservazione degli uomini.
- E' stato osservando e ascoltando la gente che ho imparato a dire la verità.
- Racconti facilmente tutto quello che lo circonda che non è semplice.
- Cosa voglio e come posso ottenerlo.
- Totale libertà con cui esprimevi il tuo no.
- Una donna che aveva partecipato solo in parte alla vita.
- Credendo di essere se stessa è finita in profonda crisi.
- Ti rifletti nello specchio delle difficoltà.
- Fai domande che sono rumori alle quali sorrido con un sorriso.
- Interpretazione della scena senza esaminare.
- Il dialogo giunge al capolinea
- Che bella camera.
- Si ma non so per quanto tempo resterò qui.

Ripresi conoscenza e senza dire una parola sparii nel crepuscolo.



lunedì 18 ottobre 2010

Camera 1010 - L'americana.


(ascoltando Unforgettable - Natalie Cole)

Un'altra strana camera ad angolo. S'incominciava a prendere sul serio la vita in quell'anno che mi tolse la voce. C'era un ristorante con una cascata chiusa in una teca di vetro. E c'erano tavoli per due, piccoli e allineati ad una parete coperta da specchi. Dal lato della parete un lungo divano rivestito in alcantara rosa. Dall'altro lato i tavoli avevano piccole poltroncine. Tu eri divertente con il tuo libro sugli antichi egizi. Finta tenera dal cuore duro, e tipicamente americana. Non fosse stato il millenovecentonovantuno avrei detto eravamo in un fiammante bianco e nero.
Una vita che corre, la tua. La mia segue un lento sviluppo e tutte le sere si conclude al night del roof garden.
Quando le sigarette mancano lo spettacolo finisce. Mi ritrovo così a camminare per i corridoi che appaiono come viali deserti. Tu hai poca voglia. Hai una vita imparata fuori non dentro le regole. Parli di trasgressione indipendenza. Di deserti e di pietre. Di sole e luce. Mi hai subito definito molto inquieto molto simpatico. Hai con te una musica e non puoi farne a meno mi dici. Nel frattempo la conversazione giunge ad un punto di svolta. Mi parli con talento della tua visione ricordando la fine del bel sonno. Mescolavi atteggiamenti noir ed un completo gessato grigio. Non è che stava male, anzi. Dopo la fine della guerra avevi cominciato ad andare in giro per storie altrui, come un personaggio da film. Mi guardo intorno, il bar nella hall ha abbassato la saracinesca. Restano due bicchieri. Non sorrido. Troppo in fretta. Corre tutto troppo. So che finirà tutto all'improvviso. Sono le quattro del mattino, ci salutiamo.
Il nostro incrocio di storie cariche di oscurità è rischioso. Nessuno di noi due si ferma, c'è lo scontro e finiamo ributtati all'indietro. Senza accorgecene nasce un ricordo. Un ricordo di una conversazione che stava nascendo ma che prematuramente scompare. Sono le sei del mattino freddo e nebbia fuori. Cosa sia successo in quelle due ore nessuno lo sa. La tua strada intanto finisce di giorno. La storia finisce all'improvviso.

domenica 17 ottobre 2010

Camera 202 - La seconda volta.


Io sono la seconda. La nostra storia è durata sei mesi. Non molti, neanche pochi però.
Che poi non è una storia lontana...
Una storia difficile.
Non è che fosse un... uno come lui sapeva a malapena...
Silenzio.. quello si che è un atto volontario...

E' uno che viaggia molto per lavoro.. è bravo.. il suo modo per esprimere... con lo stile di vita....
Lo fa con consapevolezza... come dice lui stesso.. isolato dall' apparente buonismo... come frase capovolta. Anche se la storia sarebbe diversa..
Incontro tipico... di certe cose se ne intende. Una persona lo incontra convinta di avere a che fare con un uomo..una donna poco sensibile.. la signora scappa...cosa che sarebbe successa lo stesso... La dissolutezza diventa convinzione in tutti quasi una maschera..
Ufficialmente, convenzionalmente

Non importa se non è andata così... lui è così.
All'inizio raccontava molto... tutte cose e persone svitate e stranissime... il tempo..poco... che non combinerà niente nella vita.
f diventa F.. ela cosa che più gli interessa è fare il suo lavoro, le sue cose.

I ritmi delle parole e dei silenzi... in un periodo in cui di parole ce ne sono tante...
Lui attraversa paesi come fossero emozioni e viaggia nelle emozioni come fossero paesi sconosciuti
. Lascia un sacco di cose, oggetti. Ma soprattutto lascia un vuoto.

mercoledì 13 ottobre 2010

Camera 111 - A te che dormi.


Tu che mi dormi accanto e io che veglio. Chissà a cosa stai pensando in questo momento in cui ti trovi una camera che non è la tua. Progetti, ansie, malumori, gioie. Ti scrivo un biglietto.

Fermati solo un attimo, ferma anche tutto ciò che è intorno a te, dedica un minuto solo della tua vita ad ascoltare un suono. Il suono della vita, il battito del tuo cuore.
Ascolta con cura questo suono che ti accompagna da quando sei stata concepita. Non rimandare questo momento. Sembra un suono sempre uguale, scandisce con la stessa nota i tuoi momenti più bui come quelli più belli. E di momenti belli e di successo nei hai avuto. Quei momenti che potresti utilizzare per guardare avanti. Sei stata il volto di un sogno realizzato per alcune persone. Sei stata il volto di un'apparizione per altri. Ma sei stata sempre tu, anche oggi che la tua immagine ti appare meno brillante e ti senti crollare le speranze. Perciò ritrova quel battito che ha segnato i tuoi sentimenti. Tante mete hai raggiunto e tante altre ancora raggiungerai se continuerai a vivere con semplicità. Che significa avere una casa in cui tornare e avere la fortuna di sprofondare lo sguardo negli occhi di qualcuno.
Non avere paura se i lineamenti del viso saranno meno marcati, in netto contrasto con quel tuo temperamento che non ammette altro che bianco o nero. Linee che indosserai con orgoglio, segni dell'esperienza e degli anni vissuti uno per uno fino in fondo. La vita ti ha dato tanto ma ancora tanto ti deve dare. Tu non nascondere entusiamo e gioia di esserci. Continua a rischiare per raggiungere le tue mete. Non nascondere la voglia di parlare, di scambiare qualcosa con te, di vivere. In fondo sarai felice anche solo per averci provato.

Spero tu possa trovarlo tra le carte che porti sempre con te. A te darà una soddisfazione in più, a me il piacere di aver scritto una pagina del tuo diario di viaggio.

lunedì 11 ottobre 2010

Camera 307 - Inganno e emozione


In una storia c'è sempre un inganno e un'emozione. La miscela riuscita di questi due elementi rende la storia più o meno interessante. Ci sono storie che nascono con un inganno che emoziona. E quando si scopre che è un inganno si finisce per ignorarlo per continuare a godere dell'emozione. Aggiungendo così inganno ad inganno. E l'emozione stessa che finisce poi per ingannare.
Fu un grande incontro. Avevi lo sguardo importante di chi aveva avuto una vita avventurosa. Avevi una bocca fascinosa. Eri un'ossessione. La prima cosa che ci venne in mente è che dovevamo andare via. Viaggiare con l'intenzione di raccontarci emozioni. Viaggiando lungo una linea netta di demarcazione tra interno ed esterno della realtà. Un incontro come pendolo tra illusione e realismo. Senza strascichi di storie precedenti guidavamo il senso come veicolo di esplorazione. Storie scambiate conosciute attraverso interessi comuni. Come la Francia. Ma questo ora non importa. Avevo solo un fazzoletto da offrirti e un'irrequietezza all'imposizione delle regole, sapendo già come sarebbe andata a finire. E incontro questa testa piena di pensieri. Entro per caso. Una sorpresa dietro ogni parola. Una donna al plurale. Avevi più lati per esprimere te stessa. Più di ogni altra donna eri a caccia di stimoli. Più di ogni altra donna avevi coscienza della propria esperienza che stimolavi quotidianamente. Respiravo quella libertà della mente che mi faceva immaginare cose. Perchè tu eri una persona che viveva nelle cose che ti circondavano. E avevi poche cose che vivevano dentro di te. Eri emozione e diventasti inganno.

domenica 10 ottobre 2010

Camera 1210 - La numero 1.


Fateci caso: tutte queste storie cominciano in una camera. Anzi, senza la camera non esisterebbero storie. E di solito della camera lui parla poco. Appare un dettaglio, ma poca cosa. Invece noi camere siamo importanti. Oggi prendiamo noi la parola, prendiamo un poco di spazio. Noi chi? Noi, le camere. Anzi, ad essere precisi, chi sta scrivendo è la camera 1210. Che poi posso anche dirmi la numero 1. Già, perchè siamo solo in tre a poter dire di avere avuto la relazione più stabile, duratura con l'uomo con la valigia. Io sono stata la prima. Ci conoscemmo nel maggio del millenovecentonovanta. Ci lasciammo nel dicembre del millenovecentonovantatre. La prima volta che c'incontrammo io non ero proprio affascinante. Diciamo che ero in una fase di crescita della consapevolezza della mia bellezza completa. Lui si presentò subito sottolineando le tracce di blu. Aveva un'auto blu. Una giacca blu. Una valigia blu. Io avevo del blu tenue, ma anche un grigio e un bianco. Avevo notato subito una cosa di lui: il silenzio. Già, perchè io ero molto richiesta, e lui invece era l'unico che non aveva mai espresso una parola su di me, per me. Fui io a propormi, e ci piacemmo. Lui aveva rispetto per me, e io avevo piacere di offrirmi, anche nella mia acerbità. La prima notte la passammo a raccontarci. Fu una notte breve, come lo sono le notti passate ad ascoltare una bella voce ed una storia intensa. Il sole dalle mie parti arriva molto prima e non mi vergognai quando la luce mostrò il mio rossore. L'intensità di quella prima notte fu solo l'inizio. Per milletrecentocinque notti passate insieme. Ogni notte diversa dall'altra. Una storia così non la lasci andare anche se a nulla serve ricordare. L'anno più intenso fu il millenovecentonvantadue. L'anno della nevicata che bloccò la città. L'anno più triste il millenovecentonovantatre. Eravamo sul punto di dirci per sempre. Poi lui mutò in silenzio la voce. Furono ottantanove giorni di segni, sguardi, gesti ma nessuna parola. Forse sbagliai a non prendere sul serio quei silenzi. Forse guardavo altrove. E improvvisamente arrivò settembre. Un pomeriggio di luce calda, arrivò con la notizia: ancora poche notti insieme. Decidemmo di non guardare indietro, ma di concederci tutto il possibile nei giorni a venire. Gli offrii ogni angolo del mio corpo, ogni spazio per poter accoglierlo con calore, fino al diciotto dicembre millenovecentovantatre. Nacque con lui la mia generosità, il mio essere sicura, il mio saper essere discreta ma presente. Non sono uguale alle altre, tutte allineate. Io sono in un angolo, capace ora di scegliere da sola con chi accompagnarmi. E questo lo devo a lui, alle sue parole così pregevoli per me. Se ne andò esattamente nel modo in cui era arrivato. Con una giacca blu, la valigia blu, un'auto blu, un silenzio blu.

mercoledì 6 ottobre 2010

Camera 701 - Così per caso.


Una linea, un punto. Questo il disegno del nostro dialogo. Momenti di confronto, di ampie intese e facili accordi. Poi buchi, sporadiche sillabe fluttuanti. Consapevole delle scelte che faccio, rifletto sull'evidenza. Ho conquistato il diritto di scegliere cosa voglio fare. Il senso di isolamento che si vive guardando il mondo da una stanza, da una distanza, mi illumina con chiarezza la strada da seguire. Ho vissuto in parte agendo, in parte essendo agito, con la tua assenza. Arrivasti portando una spirale di parole che ruotava intorno a quella tua figura poco esposta. I tuoi movimenti lenti, che volontariamente classificai come innocui, mi portarono a rallentare il passo. Mi convincesti allora che poteva essere differente. Che mi avresti aiutato a togliere peso dalle mie spalle. Ci ho creduto. Una leggerezza cominciò ad avvolgermi, m'ingannai così che il peso era diviso in due. Non era così. Quella leggerezza è diventata, giorno dopo giorno, un peso insostenbile. Tu avevi scaricato, abbandonato quello che ti avevo passato. Tu non avevi tenuto nulla. Arrivammo a febbraio, così per caso. Quella sera ti presentasti puntualmente in ritardo. Aspettai osservando i passanti che si riparavano dalla pioggia. Entrammo subito nel ristorante e fingesti di attendere chissà quali parole. Avresti preferito che io presentassi le mie lamentele. Che ti offrissi così l'opportunità di prendere tempo, di lanciarmi intorno la rete e trattenermi. Quando fummo prossimi a chiudere la cena, spostasti gli oggetti sulla tavola affinchè potessi mostrarmi la tua ultima idea. Perchè di idee, progetti, iniziative ne avevi tante. Ti anticipai. Giusto il tempo di andare alla cassa a pagare. Tornai accolto dal tuo sorriso al quale risposi con poche parole. Ti sei voltata dicendo "chi l'avrebbe detto...". Nessuno. Solo io che ho vissuto questi mesi aspettando di vederti, per portarti altrove e non lasciarti in quella camera dei vecchi ricordi.

domenica 3 ottobre 2010

Camera 310 - Xenos


(ascoltando Sysyphus Part II)

Ti guardo in quella foto che ti ritrae poco esposta. Non è una foto insignificante, presa a caso. I tuoi occhi non sono fra i tanti che ho visto. La mano copre la tua espressione come una maschera sul viso. L’insieme era qualcosa di strano , non assomigliava a niente che avessi conosciuto prima. Rivedere la foto non serve a riportarti qui. Serve a salvare la mia dignità che altri mi tolsero quando ignoravano quello sentivo. Serve a conservare la memoria di un uomo cambiato, radicalmente diverso da quello che un altro coraggio portò a lasciare per sempre quel piccolo paese di mare. Ti porto con me. Tu che eri così familiare e straniera nello stesso tempo. Qualcuno che io credevo di conoscere eppure mi ero estranea. Qualcuno che voleva farsi riconoscere, che voleva condividere con me il suo volto nascosto, ma che invece voleva essere respinta. Qualcuno che diceva la verità di quel che sentiva ma che si sentiva chiamata deviata. Qualcuno che poteva dire qualsiasi cosa perché la consideravi pazza. Ti porterò con me nei miei spostamenti, nelle mie conversazioni, nelle mie osservazioni. La tua partenza, che considerai prematura e ingiusta allora, mi insegnò e mi insegna ancora che devo dedicare più tempo per la vita.


sabato 2 ottobre 2010

Camera 404 - Condannato al piacere.


Il silenzio era dolce e intenso. Ci scambiavamo continui messaggi per sollecitare una risposta, una richiesta semplice e sempre più pressante: quella di riservarci qualche ora. Intendiamoci bene, nessuno dei due obbligava l'altro ad accettare. Ancora oggi possiamo dire che non capiamo bene il motivo di quel si, ma quello che importa ricordare furono i modi e i contenuti. In altre parole, il come.
Scegliemmo un luogo neutrale ad entrambi, con la possibilità di darci alla fuga come avviene talvolta. Arrivasti dopo, incrociammo gli sguardi, un sorriso ragionevolmente breve da non sembrare falso, piacevolmente lungo da rispondere allo sguardo.
I pensieri corrono più veloci delle parole e per questo mi perdevo immaginando di essere davanti ad una donna delle Folies-Bergère di Manet.
Ero estremamente felice ma anche preoccupato. Felice per l'apprezzamento che esprimevano i tuoi occhi. Tu gentildonna di un mondo trascorso, così consapevole dell' art de vivre, de l'amour et de la joie. Ero anche preoccupato per l'ampiezza di tale apprezzamento. Perchè avrei dovuto continuare a meritare e onorare questo tuo regalarti, con maggiore impegno. Avrei dovuto solleticare il mio ingegno, divertire la tua mente, ogni giorno di più. In altre parole, mi condannavo al piacere puro, felice ed orgoglioso. Le settimane passarono e passano, io ancora sento le parole, i gesti, gli spazi ristretti, la vicinanza, il desiderio di quella sera. Mi appassionano le cose impossibili lo sai, mi piace la tua fronte testarda, mi piace tutto di te, e te in tutto.