sabato 23 luglio 2011

Camera 322 - Lo spazio.


Si può vivere senza uno spazio proprio? Tutte le persone che conosco hanno uno spazio proprio, o più spazi. Un angolo, una stanza, una casa, un qualsivoglia volume che occupano con le loro cose, con i loro segni, per definire se stessi e  il territorio. La collega in ufficio che mette agli angoli della scrivania portamatite, fotografie, bottiglietta d'acqua, cellulare, sigarette e accendino, come altane a difesa del fortino. L'amico che ti mostra con orgoglio l'angolo della casa con la libreria, la lampada e un tavolino che segnano il passaggio di una parete invisibile che lo ripara dal resto degli abitanti. L'amica che in cucina non permette ad alcuno di entrare, che ha posizionato in maniera strategica sedie, sgabelli, carrelli ed accessori vari come in un percorso di guerra. E questi spazi propri si incrociano poi con le personalità e creano altri spazi, invisibili, quelle distanze che ritengono giuste tenere di volta in volta, secondo l'altro che sta di fronte. Osservo e penso a questo. Osservo e penso che non ho uno spazio mio. Sono così abituato a non averne che ovunque mi trovi mi sento nel mio spazio. Scrivo da una sala d'attesa d'aeroporto, leggo mentre sono in coda in auto, converso mentre attraverso una nazione. Lo scenario intorno è sempre diverso, non ho punti di riferimento reali con i quali scambiare sguardi d'intesa mentre ascolto una confidenza. Non ho un posto segreto dove conservare le parole preziose. Non ho un riparo in cui rifugiarmi in caso di tempesta. Non ho lo spazio privato da mostrare a pochi eletti. E questo ha influenzato il mio modo di vivere e interagire. Non ho più neanche pareti invisibili per nascondere chi sono. Chiunque può vedere dentro. Le mie cose, le mie poche cose, sono tutte raccolte lì, a poca distanza. Se allunghi la mano, le tocchi.