lunedì 20 febbraio 2012

Camera 102 - L'ordine.



E' deserta stasera la camera. Tutto qui mi appare distante e confuso seppure nulla sia stato cambiato. Il tempo si è fermato a quella ultima mail. Ricordati. Per abitudine apro la valigia, dispongo le cose, anche quelle che non userò. Accendo la tv sulle ultime notizie. Le ho ascoltate fino a pochi minuti prima ma, resto in attesa come dovessere arrivare da lì una qualche notizia che parli di te. Preparo tutto rispettando i tempi di una volta. Aspetto. Poi ricambio tutto l'ordine dei tempi. Esco.
Le tue motivazioni sono sempre precise e inappellabili. Sei intelligente e furba. Riascolto nella testa le parole. Rileggo le tue ultime frasi. Voglio convincermi che quella motivazione, per quanto così ben articolata e raccontata, no, non è vera. Mi critico e mi disapprovo per non averci pensato prima. Per non aver detto, o per aver detto. Per aver fatto, o per non aver fatto. E così via dicendo, proprio come immagini tu.
Penso alla tua appagata voglia di solitudine, dove la scelta per e di una persona non è indispensabile. Allora devo fare i conti anche per questo. Per la tua scelta di non dedicarmi più tempo, di non rivolgermi più sguardi, di non cercare più le mie parole. In fondo a pensarci bene, non sono in competizione con qualcun altro. Non c'è un altro. Sono in competizione con te stessa. Sei solo tu. Prendo una maglia, la spiego e ripongo la busta. No, la butto così.. in fondo ci vuole poco a cambiare l'ordine.

venerdì 10 febbraio 2012

Camera 408 - L'impermeabile





Vestivamo quasi uguali. Era autunno inoltrato. Quella coda di stagione che è un inganno continuo. Un periodo dell’anno così ambiguo e infido. Ci sorprese la serie di somiglianze, coincidenze, cose in comune e piaceri condivisi. Ma soprattutto lo stesso impermeabile.
Un impermeabile. Una cosa che dovrebbe proteggerti dalla pioggia, ma non quella vera. Una cosa che dovrebbe proteggerti dal vento, ma non quello forte. Una cosa che dovrebbe darti stile, ma non è per tutti. Un ibrido, un surrogato, un sotterfugio insomma. Erno proprio uguali. Lo stesso colore innanzitutto. Beige, come si conviene all’icona cinematografica. Lo stesso taglio. Spalline militari a sostenere la presunzione. Gli stessi bottoni. Grandi, come fossero punti dell’elenco dei nostri pregi. E il tessuto. No, ecco, quello proprio non era lo stesso. Il tuo era originale. Un cotone leggero, prezioso, lavorato a intreccio. Incerato con vera cera. Morbido e resistente. Elegante e moderno. Classico e dinamico. Quello che sottolinea l’eleganza innata che è in te. Quello che si muove seguendo l’armonia dei tuoi movimenti. Quello che vive tutti gli anni accanto a te e non sottolinea quanto stai invecchiando. Quello che raccoglie tutte le esperienze più significative della tua vita e le conserva nelle tasche.  Il mio no. Io indossavo una replica. No, diciamo le cose come stanno, era un falso. Non potevo permettermi quello vero e avevo ripiegato su qualcosa che era simile ma non era vero. Il tessuto era rigido come metallo e formava il mio corpo facendomi assumere posture improbabili. Era solo pieno di pieghe e di macchie, non di vita. E le tasche contenevano poco più che polvere e fili di cotone. Tu lo indossavi fiera, con i suoi tagli e strappi come ferite di battaglie vinte. Bandiera vecchia onor di capitano. Io invece, capitano non lo sarò mai.