mercoledì 28 novembre 2012

Camera 1104 - Il vuoto.






Bruxelles, 27 novembre 2012


C’è sempre uno spazio vuoto, un tempo vuoto: questo margine di non detto, non agito, accentua l’evidenza, dà forma alla bellezza e lascia libertà. Si vive in un continuo scambio tra realtà e fantasia, che la mente chiusa perde di vista per eccesso di logica e ideologia. Hai avuto una reazione lenta, poco calorosa, quasi non trovassi interessante il dialogo, distraendoti a chiacchierare con te stessa. Il nostro dialogo è un fossile del passato, che non respira più e non ha più cosa da comunicare. Un dialogo nato con ritmi lenti e rituali, con un simbolismo suggestivo ma astratto fino ad apparire privo di senso. L'azione stessa del dialogare non l'hai vissuta: solo rievocata, indirettamente rappresentata, suggerita dai ricordi. Insomma un dialogo cristallizzato, rimasto fisso nelle stesse forme del passato, che tu stessa non comprendi più. Ti dico ciao, che non serve solo per le entrate e le uscite, ma ha lo scopo di avvicinare le persone, noi, di rompere la parete e creare un contatto amichevole. Tu invece hai le tue parole raggruppate in tipi e sottotipi, categorie generali d'uso, per carattere, per funzione. A ogni parola corrisponde il ruolo adatto. Io ho provato vivendo accanto a te a portare alla luce la vita individuale di ogni tua parola dal sotto alla della rappresentazione alla quale le avevi fissate. Ed è stato difficile, perchè non contava tanto cosa si portava alla luce ma come. Ed ho cercato di farlo con armonia. Ma l'armonia nasce dalla fiducia di chi ascolta in chi parla e viceversa, di chi ascolta nella capacità di guardare di chi parla. Oggi non c'è più il privilegio della fiducia e le parole non hanno più armonia.

domenica 25 novembre 2012

Camera 306 - E le parole?




Lazise, 21 novembre 2012



Quante parole vivono nella mia camera. Vivono nella mia valigia e vivono nella mia testa. Hanno contaminato tutto quello che mi sta intorno. In un certo senso, esse mi hanno vinto, davvero. C’è una quantità enorme di contraddizione che galleggia intorno a me, una grande confusione. Non c’è molto spazio per altro. Io sono in un angolo ad osservare, parole, zaino, valigia. Quando entro in camera, sono nel mio territorio e qui non ho bisogno di nulla se non la possibilità di eliminare il superfluo e ascoltare il silenzio classico di una camera d’hotel. Sono da lungo sospeso tra veglia e il sonno, chiedendomi dove mettere le parole. In ordine sparso. Non si ode il minimo rumore. Le parole, la valigia, lo zaino: tutto immerso in un silenzio. Osservo gli oggetti e mi rendo conto dell’ordine ripetuto. E le parole? Perché si tende a usare sempre le stesse parole? Se fossero loro stesse a scegliere l’ordine, sarebbe tutto più semplice? Mi appaiono come bagliori di luce improvvisa. Non sono capace di esprimermi in modo lineare e chiaro come vorrei, come saprei. Provo un dolore e una tristezza, eppure non ho la forza di esternare ciò che sento. Una totale sfuggevolezza sembra coprire tutto intorno. Così assorto ad ammirare l’ordine esterno da non accorgermi del disordine interno. Per quanto insignificante questo silenzio mi piace. E quanto più il silenzio fa effetto, tanto più il risentimento verso questa trecentosei si affievolisce.


martedì 20 novembre 2012

Camera 504 - E come darle torto?



Ore 9:45
La stanza è fredda, nessuno è stato qui da diversi giorni e il condizionatore è stato spento. E’ un classico giorno dal mattino umido e noioso quanto basta. Accendo il computer e intanto mi avvio alla macchina Nespresso. Un caffè lungo stimola i sensi assopiti dai kilometri alla guida e risveglia il cervello. Ritorno al computer con il caffè fumante, ideale per accogliere la nuova settimana in questa stagione fredda. Lo schermo appare sfuocato, lattiginoso e denso come nebbia. Ma lì in mezzo c’è un messaggio. Una cosa bella? Dipende dai punti di vista, non certo dal mio.

Tempo dopo, una sera.
Mi avvio a mangiare il mio unico pasto giornaliero. Lo faccio di sera sperando di poter essere più rilassato. La strada per arrivarci non è lunga, la percorro a piedi, incapace di tenere a freno la memoria che scivola sulle tue parole. Ancora su quelle parole. In effetti, non potevano esserci parole più precise per descrivere quello che hai voluto dire. Anzi, anche peggio, quello che non hai voluto dire dal vivo. E a nulla è servita la telefonata che hai concesso. Mi siedo nel tavolo d’angolo. L’atmosfera è intorno è accogliente e calda, sebbene il locale sia ampiamente vuoto. In men che non si dica, arriva la zuppa del giorno che ho ordinato. Una zuppa di legumi e farro, dal forte odore di casa calda, di abbracci, di conforto che contrasta con quel tuo messaggio, dal brutto sapore, come fosse andato a male. Ho un libro che leggo senza attenzione. C’è Twentysomething in sottofondo e la birra nel bicchiere, insomma sarebbe anche una tranquilla serata se non mi sentissi incapace di fare alcunché, mi sento triste e a disagio ripensando quelle parole. Nel pomeriggio le avevo affogate in tanti caffè, mentre ero lì a lottare con me stesso per placare il desiderio di chiamarti. Perché non te la puoi cavare così. Io posso anche essere esageratamente esigente nel dialogo, nell’offrire sempre un’opportunità di dialogo. Tu però non puoi liquidare una cosa così importante e seria in questo modo. Ho impegnato il mio tempo, le mie risorse, le mie energie perché volevo a tutti i costi esaudire il tuo desiderio. Il nostro progetto. Un sorso di birra, arrivano i gamberi allo zenzero cotti al vapore. Delizioso il sapore, delicati i colori che fortemente contrastano le tue parole che puzzano di addio. E’ ora di uscire, l’aria è fredda e pulita. Incrocio uno sguardo: mi osserva perplesso, come volesse farmi delle domande, ma evita. Evidentemente la mia espressione parla da sé. Faccio un gesto che non facevo da anni: metto le mani in tasca, prendo una sigaretta, l’accendo. Una boccata, una seconda, m’incammino. In quell’istante un vortice di fumo e pensieri comincia a vorticare davanti ai miei occhi. C’è una miscela di emozioni e sentimenti che fatica a sciogliersi. Sono lontani i tempi delle spensierate conversazioni e dei costruttivi confronti. Il corpo sembra sopportare la pressione, forse per effetto della lunga passeggiata. La mente invece è ostaggio del vuoto tra quelle lettere. E come darle torto?



domenica 18 novembre 2012

Camera 148 - La voce.


Istanbul, 15 novembre 2012


If it be your will
That I speak no more
And my voice be still
As it was before
I will speak no more 

Leonard Cohen - If it be your will

Nel millenovecentonovantatre per un intervento alle corde vocali restai senza voce per oltre due mesi. Per me, che amo parlare, conversare, chiacchierare, fu un periodo traumatico. Tornai al lavoro dopo pochissimi giorni e non mi sottoposi a nessuna terapia logopedica. Quando dovevo usare il telefono il più delle volte l'interlocutore metteva subito giù pensando ad un disturbo, oppure a un maniaco. Ovviamente comunicavo con dei foglietti, ma erano le informazioni essenziali: si, no, sopra, sotto. La voce tornò poco alla volta, ma non era più la stessa. Ancora oggi a fine giornata, o in caso di tempo umido, scende molto di forza, diventando un sibilo o un sussurro. Ma non basta una voce per saper parlare. Certo diciamo delle cose, ma parlare non è facile. Parlare per farsi ascoltare, capire e comprendere. Parlare per comunicare, per scambiare. Parlare per dire ho capito, per dire condivido. Parle per dire voglio restare o voglio andare via. Per dire che tu eri migliore di me e io il peggiore. Parlare per dire che volevo diventare importante per te e per dire che invece sono diventato ingombrante. Parlare per dire che mi piaceva progettare con te e odiavo i foschi silenzi. Parlare per dirti che non ti ho mai nascosto nulla e avrei voluto scoprire di più con te. Parlare per dirti che quando pensavo che le cose stavano migliorando invece stavano peggiorando. Parlare per dire grazie perchè con te ho scoperto un altro mio limite. Parlare per dire che quando non chiedevo non volevo non sapere ma rispettare il tuo spazio. Parlare per dire che non mi piacciono le cose sospese e che anche dopo anni devo chiarire quella posizione. Parlare per dire che mi chiamo Francesco e sono molto curioso, mi piace il movimento, mi piace la libertà, mi piace conversare, mi piace conoscere gli sconosciuti, non mi piace il rancore, non mi piace rimandare, non mi piace la routine. Parlare per dire che mi piace andare e che un mio limite è non sapere dire dove stiamo andando ma perchè so che piace anche a te andarci. Parlare per dire che mi piace il blu, non mi piace mangiare a mezzogiorno, mi piace l'ordine, mi piace dare senso alle cose che faccio, ozio compreso. Parlare per dire che mi piace il caffè, mi piace svegliarmi presto, mi piace fare fotografie, mi piacciono tutti i film con bei dialoghi. Parlare per dire che ti posso consigliare sulla sfera del fare, per dire che non mi piace consigliare sulla sfera dell'essere. Parlare per dire aspetta, ma che fai. Parlare per dire ascoltami. Parlare per dire che ne vale sempre la pena parlarne, anche quando pensi che sia inutile parlarne.




mercoledì 14 novembre 2012

Camera 4005 - Qualcosa di personale.



Izmir, 14 novembre 2012.

E’ stata davvero una lunga giornata cominciata molte ore fa a Istanbul. Poi gli spostamenti, sempre incerti e lunghi, gli incontri, le trattative su tutto, le negoziazioni con persone di tre continenti diversi, in cinque lingue. Sono arrivato in un altro aeroporto rispetto a quello prenotato, ho dovuto cambiare biglietto e prenotazione. Non posso dire che mi dispiaccia, il movimento, l’andare altrove, le facce nuove mi fanno stare bene. Alcune le ricordo in modo particolare, perché nonostante una lingua diversa, parlavamo con le espressioni del viso. In volo, non ho visto il film su ipad come faccio solitamente. Mi hanno tenuto compagnia Sara e Arno, i protagonisti di L’acustica perfetta di Daria Bignardi. Un libro incontrato per caso, un romanzo. L’ultima volta che ho letto un romanzo è stato tre anni fa credo. Non riesco a capire bene dove sia l’hotel. Il tassista ha anche sbagliato strada, portandomi in un hotel della stessa catena ma nel posto sbagliato. Probabilmente è una bella città, oppure lo sarà: ho visto cartelli che parlano di Expo 2020. Ero stanco di uscire per cercare un ristorante, così sono salito al quattordicesimo piano. Il cameriere parlava solo turco, mi ha suggerito un turkish appetizer e un anemon kebap. L’antipasto era composto da quattro palline: una color marrone, tipo cacca, una verde, una chiara e una bianca tipo formaggio. Avevano la consistenza di crema, così ho immaginato che quella bianca fosse formaggio, quindi saporita. Per questa ragione l’ho lasciata per ultima. E’ successo invece che quella con il sapore più deciso e intrigante fosse quella marrone cacca: vatti a fidare delle apparenze. Ho mangiato leggendo, sentendomi un poco Arno e un poco Sara. Ma forse siamo tutti un poco entrambi. Continuo a essere fiducioso verso il prossimo anche se le novità di questa settimana dovrebbero farmi capire il contrario. Continuo a fare appello alla disciplina, all’ordine come punti cardinali dei miei spostamenti. Continuo ad essere in equilibrio da solo, giacchè in equilibrio in due fino ad ora non mi è riuscito. Mi manca quel senso di amicizia com’è raccontato nel libro: no, non ho un numero da comporre alle due di notte per raccontare quello che sento. Una volta in camera ho finito il libro. Mi ha suggerito altre domande, e io finchè ho domande da fare mi sento vivo.

lunedì 5 novembre 2012

Camera 301 - Appuntamento al buio.






Castelnuovo del Garda, 5 novembre 2012

Un caso che si incastra nella mia breve storia degli ultimi dodici anni. Sei il caso portata da una ricerca nel web. Una ricerca di corsa nella corsa che è la vita. Attento a non cadere, finisco che d'imporvviso, da un giorno all' altro, non corro più. Ho smesso di fumare troppo tardi per la salute e troppo presto per le forti emozioni. Cadendo. Anche stavolta c'è il lago, ma non sembra lo stesso lago. Quest'acqua ferma da cui fuggo mi insegue e mi circonda. Vorrei sapere di più di te. Un'arsura di conoscenza che diventa insostenbile. Il nome, si. La foto, anche. Ma non è proprio chiara, grande. Allora altre ricerche. Leggere tutte le parole che ti descrivono. Osservare tutte le immagini che parlano di te. Immaginarti. Da sola, nel tuo ambiente, nel tuo mondo. Chi frequenti? Chi ti scrive? Chi c'è stato prima di me? E quanti? Ti hanno trattata male? Chi è rimasto più a lungo con te? Dentro di te? Un contatto. Una mail, una telefonata. Poi la decisione: ci incontriamo. A decisione presa cresce la febbre della curiosità. Un'ansia che abbiamo sempre negato ma poi è sempre stata presente. Ognuno di noi si è addormentato nel suo sogno, quel giorno verrà. Oppure no? Come accadde quella volta che un click passammo d'istante all'incontro mancato? Mi sveglio, mancano circa dieci ore. Con calma inizio a viaggiare in queste ore che mi separano da te. Ci penso, guido, non penso, telefono, bevo un caffè, scrivo, rispondo, parlo, guido ancora, un caffè ancora. Manca poco, osservo la strada, cerco di memorizzare ogni dettaglio. Un albero, una casa, un negozio: quanto sono lontani da te? Un incrocio, una svolta, un'imporvvisa apertura. L'edificio. Com'è diverso da come l'avevo immaginato. No, aspetta, riconosco questo angolo. Mi fermo, parcheggio. Esco dall'auto, mi avvio. Entro e incrocio sguardi. E' il tuo? No. Un saluto cortese, vado avanti. Sembra tutto buio, ma forse è la mia mente che concentra tutta la luce dei miei occhi per cercarti. La testa si muove, destra, sinistra e ancora destra. Poi, come tutte le volte, appari all'improvviso. E' sempre dannatamente emozionatamente diverso eppure uguale. Mi fermo un istante. O forse un minuto. Mi avvicino. Un altro click, reale stavolta, ti tocco. Bentrovata cara 301.

venerdì 2 novembre 2012

Camera 911 - Il dialogo scomparso.


Lo dico subito, direttamente e senza fraintendimenti: mi manchi. Quello che ho oggi è il ricordo del nostro dialogo. Era un dialogo particolare certo, ma pur sempre un dialogo. Quanti momenti passati in silenzio, ma c'era dialogo. Quanti momenti passati insieme ognuno immerso nei propri ricordi, ma era un dialogo. Quante volte ci siamo detti solo piccole cose, ma era un dialogo. Quegli appuntamenti quotidiani quasi fissi, ma era un dialogo. Mi manca così tanto che una parte è ancora presente, intatta. Allora mi sveglio al mattino e il primo pensiero è di dirti buongiorno. E siccome non posso sapere come sarà la tua giornata, cosa prevede di particolare, provo a immaginare. Come hai dormito, se hai riposato, se hai sognato. Se camminerai, cosa mangerai, chi incontrerai. Se sarà una giornata particolare o sarà scandita dalla routine. E poi ti racconto la mia. Se ho sognato, ammesso che me lo ricordi. I miei spostamenti, i miei appuntamenti, le mie attese. E poi provo a immergermi in strade, suoni, rumori, parole, che non lascino la mente libera. E' metà giornata, non mangio lo sai. Mi fermo, un caffè. Quanto basta per guardare il telefono. Poi ti racconto che forse parto per la Francia fra una settimana, o che forse rimando perchè prima c'è una riunione. E torno a pensare alla tua prima mezza giornata. Immagino un tono di voce calmo, quasi sussurrato. Forse annoiata anche tu dalla ripetizione sempre uguale di eventi, come se la vita fosse immobile. Con la mente che invece vorrebbe altro, andare via. Una stanchezza permanente come rumore di fondo. Dai ci sentiamo stasera, è il saluto di sempre. E di nuovo sassi, strade, sole, vento, acqua, asfalto, polvere, carte, telefono, computer, porte. Apro quella delle nuova camera. Ho un nodo alla gola. Mi concentro sull'aprire la valigia e mettere in ordine il necessario. Dura poco, sono gesti abituali che ripeto ad occhi chiusi e non richiedono attenzione. Mi stendo sul letto, guardo il telefono. Di soprassalto mi dico che devo chiamarti. Non posso. Non c'è numero che funzioni.  Allora, senza voce, ti dico: ciao, come stai? Ti ascolto, la voce è un poco più stanca ma guarda innanzi alla sera che promette riposo. Mi parli della tua poca voglia di mangiare e delle domande senza risposta che sono quasi sempre le stesse. E' un raccontare per metterle in ordine nella tua mente, come metti in ordine le cose che hai per casa. Ti racconto qualcosa. Cerco di non parlare più del lavoro, ti descrivo la camera. Ho voglia di raccontarti cose che penso, che sento, quasi per paura che il tempo possa scorrere senza riuscire a dirtele tutte. Ecco lo schiaffo che mi fa sobbalzare sul letto. E' vero, il nostro tempo è trascorso e non ti ho detto tutto. Perchè? Non importa quale sia il perchè. Non l'ho fatto. Cerco di uscire, l'aria magari mi aiuterà a non pensare. Falso. Dopo cena, di nuovo la camera con le parole ancora vaganti nell'aria. Mi metto a letto e ti parlo. Di quanto vorrei che...  Mi manchi.