giovedì 20 novembre 2014

Camera 702 – Si chiama esistenza.



Si nasce per un atto di amore, compiuto da qualcuno per sé stesso. Un profondo e definitivo atto di autoconcentrazione. Massima autoconcentrazione. E’ un amore come tanti altri: dona qualcosa che non si ha a chi non ne ha bisogno, come dice Lacan. Qualcuno poi cresce da solo, anche se ha intorno una famiglia, grande o piccola non fa differenza. Non è la presenza fisica a fare la distinzione. Qualcuno lo scopre presto, qualcun altro solo in tarda età. Si cresce così creandosi un proprio mondo, un proprio spazio chiuso. Spazi nei quali non è semplice accedere. Siamo tutti uno spazio, come queste camere che attraverso. Alcune dalle loro pareti esterne, dalla porta d’ingresso non lasciano sospettare nulla. Ma appena si supera la porta ci si trova in uno spazio molto personale, a volte bizzarro, a volte vuoto, ma ognuno diverso da tutti gli altri. Magari all’esterno emana un’atmosfera di confort, di calore, di accoglienza e invece dentro si rivela uno spazio scarno, irrisolto, freddo, dove restare per una breve sosta e un marmo su cui poggiare le ginocchia. Altre volte è già la porta ad essere nascosta, pressochè invisibile. Finisci che ci passi accanto numerose volte senza accorgertene, fino a quella volta in cui ti trovi a dire: ma chi l’avrebbe mai detto. Altre porte sembrano somigliare tra di loro. Proprio come in un lungo corridoio di hotel. Solo un numero le differenzia in una sequenza logica e razionale. Ma è l’interno a fare la differenza. Alcune hanno un’aria vissuta, una sensazione di spazio definitivo, dove qualcuno ha realizzato i sogni e le esperienze di una vita. Queste camere hanno un gusto deciso lungo tutto il viaggio di vita, con le deviazioni, i cambi in corsa, senza per questo smentire la destinazione originaria. Hanno pareti della personalità scrostate, altre ridipinte del colore primario riemerso dopo la rimozione delle piastrelle di una convivenza non convinta. Altre pareti ancora, sono di vetro e sono fragili. Altre camere si presentano vuote, severe, ruvide. Incapaci di trattenere calore, hanno pareti con fori nascosti da cui trafela un’aria gelida, creando contrasto tra l’opera d’arte esterna e la brutalità interna. Ci sono camere piene di oggetti, ricordi e simboli che si fondono con perfezione in una miscela imprevedibile. All’inizio si può essere spaventati da tutti quegli oggetti, ma con il tempo, con la calma, con cura si scoprirà che possono essere toccati, perfino spostati. Oggetti personali dunque interessanti e interessanti dunque personali. E il movimento piace. Crea nuove visioni, dà energia ad una nuova vita. Si creano contrasti di colore che non percepisco con gli occhi ma sento con il cervello. Spettacolare l’accostamento tra vecchio e nuovo. E oggetti come passioni: arrivano in momenti e in contesti differenti, ma poi convivono in unica vita. Allo stesso modo in cui sono le stratificazioni di oggetti che rendono una camera affascinante e viva, così lo sono le stratificazioni di esperienze in una persona. Tutto ciò che è contenuto ha una storia, evoca ricordi, suscita curiosità. E mi stupisce. E poi c’è il giardino segreto, il lato più nascosto. Uno spazio in cui si accede solo con la piena fiducia della proprietà, creato con la rimozione delle paure e dei dolori. Un perimetro chiuso da pareti ma aperto nel tetto che permette di respirare, di ammirare il blu. Senza essere visti, ma usando la logica. La logica che conduce al ragionamento. Cos’è la logica, cos’è la ragione? Chi decide? E cerco di capire gli spazi, i non luoghi, il non tempo. Siamo fatti di contraddizioni, ma adesso ho un’ora  in arrivo. Perché mi nascondo? Andare via lontano, non restare più di quarantottore in un posto? Perché sentire tutto come solito: strada, camera, luce, sole, pioggia? Perché sentire il bisogno continuo di andare via e dire ciao? Perché l’esigenza di consumare tutti gli anni passati in una camera sola? Perché sentire il bisogno di farsi dire ciao! ? Perché stare bene come estraneo tra gli sconosciuti? Perché cercare il rumore del mondo e poi lasciarlo volutamente fuori? Perché cercare il tempo per un solo momento? Perché mettersi a cercare cose e raccoglierle per poi gettarle non appena diventano pesanti e ingombranti? Perché riprendere i ricordi e fermarsi a pensare? Perché dopo ancora tanti anni, l’idea di non restare si ripresenta puntuale, nei pensieri e nelle azioni, magari anche in quei momenti in cui penso di stare bene? Perché continuiamo a parlarci a punti e linee e non ci rassegniamo ad un dialogo profondo per dirci qualcosa? Perché desideriamo continuamente di tornare a vederci e poi sparire? Vorrà dire qualcosa tutto questo? Si lo so che queste non sono certo le domande... La mia ricerca mi ha spinto verso le illusioni, e mi ha riportato indietro. Poi ho fatto la più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose coincidenze della vita che si può trovare ogni ragione logica. Vale la pena ricordarlo, come pure che tutto un viaggio può avere una sua ragione in un momento solo, magari infinitesimale e considerato non significativo. Il bilancio di una vita si fa un incontro alla volta. Sono qui stasera solo grazie a lei, lei è la ragione, lei è tutte le mie ragioni. Si chiama esistenza.

mercoledì 12 novembre 2014

Camera 2701 – Non sei così lontana.


Ventisettesimo piano, appartamento 2701, interno, notte. Mi sono steso sul letto di una delle tre camere da letto. Tre bagni, tre camere da letto, lavanderia, cucina, living, due terrazzi che affacciano su The Walk. Da una stanza attigua arriva il vociare distinto di un rapporto sessuale. E’ facile averne uno da queste parti. Basta salire al trentacinquesimo piano, bere un gin tonic e pagarne uno ad una delle tante donne dell’est che ci sono. Lavorano di giorno come commesse nei negozi del lusso in uno dei mall, oppure in altri hotel, e la sera vengono sulla terrazza di questo building che offre una spettacolare vista sulla spiaggia. Cercano divertimento e relax, ma non possono affrontare il costo esuberante di un paio di bicchieri.
Ecco, mi chiedevo ma che cazzo succede qui… perché partecipo sempre alle storie ma non sono mai il protagonista? L’amore è la risposta, e tu lo sai bene. E’ così strano ammettere di essere innamorati. Qualche volta l’ho ammesso anche io. Comunque poi lei ha sempre scelto un altro finale. A sedici anni avevo pianificato la vita, ed è andato secondo i piani, più o meno, fino ai trenta. Ma la vita può toglierti gli entusiasmi. Ho incontrato alcune persone che pensavo fossero quelle giuste. Ma in ogni persona c’è un minimo di cattiveria, e quella cattiveria può uccidere. Anche la tua stessa cattiveria può ucciderti. Ed oggi sono qui, senza più piani. Mi lascio indietro tutte quelle camere vuote. Perché la vita non funziona così, e la smetti con le scadenze. Ho pensato che con una valigia sola, e leggera, avrei potuto viaggiare più veloce, sarei potuto andare più lontano. E con la valigia vuota avrei potuto capire meglio cosa rimetterci dentro.
I requisiti fisici con il tempo cambiano, da urgenti restano solo importanti. L’intesa sessuale, la complicità mentale, l’intimità emotiva, la sintonia partecipativa, il piacere della condivisione, la fiducia nell’accogliere, questo e molto altro ancora si cerca. Cose che prima non riuscivi a capire, e che sono state parte in causa dei fallimenti. La camera mi provoca una reazione emotiva e provo a respingerla. Ho paura dell’oblio.. non provarci, lasciarsi andare, non riuscirci. Ma ti penso, come fossi lì fermo a guardarti.
Mi piace guardarti, perché sei bella. Mi piace stare insieme a te anche quando discutiamo di improbabili piani industriali, strategie di business, evoluzioni di mercati e piandi di marketing. Io con i miei polimeri e tu con le tue borse. Quando arrivi il venerdì sera, con la stanchezza che ti anticipa su per l’ascensore. Sprofondi sul divano,  e sono pronto ad ascoltarti. Mi parli di meeting con l’ufficio stile, i ritardi del merchandising, il progetto che è in ritardo, la collezione che è tutta da sviluppare, i confronti con il tuo capo, le scadenze sempre più ravvicinate, il tuo ruolo che si arricchisce di responsabilità, le risorse non sempre competenti, la riconosciuta professionalità che compensa i sacrifici, gli stores che dovrebbero vendere meglio, il designer che copia ma non interpreta il vintage, la qualità delle pelli che servono, le maniglie da disegnare, le tracolle da inventare, i colori da declinare. Mi mostri disegni in anteprima, mi metti al corrente di uscite future e snoccioli termini del tutto nuovi per me. Affermi che in fondo non ti spiace essere sposata con la tua carriera, che è il metro per misurare ciò che meriti, anzi che meritiamo. Ascolto, seguo, domando e cerco a mio modo di partecipare. Il tuo mondo della moda è lontano da me, ma tu non mi stai descrivendo questo. Mi stai raccontando di te, attraverso quello che fai. Che è un lato di te. Un modo per conoscerti. Io ti parlo di camere, tu di borse. E’ più facile aiutare gli altri che sé stessi. Ci raccontiamo e ci conosciamo. Quando ti svegli il mattino dopo, quando sei sorridente e contenta di essere venuta. Indugiamo a letto. Io vorrei uscire e tu oziare. Un modo per vivere l’intimità, secondo te. A volte c’è intimità a volte la fisicità. Perché siamo intimi anche quando in strada ci fermiamo attirati dallo stesso particolare, quando basta uno sguardo per un giudizio d’intesa su quella vetrina, per una parola detta e subito resa azione. Tu lo sai cosa mi serve. Ma non ho voglia di cosa ho bisogno. Ho bisogno di cosa ho voglia. Non posso essere attratto da una persona con desideri comuni. Tu sei una presenza forte, incisiva.
Steso nel letto, osservo il buio e ti vedo. Tra l’oscurità fisica della notte, quella mentale dei flash back, il silenzio per un momento prende il sopravvento mentre sono nel bel mezzo del mio grande soliloquio. Ora non è importante quello che le parole dicono ma ciò che la voce esprime. E se fosse un film, a  questo punto dovrebbe partire Fade to black.
Poi c’è la domenica mattina. Il risveglio,  la colazione, il caffè. Sul volto ti si legge che una volta a casa non puoi comportarti così. Mi sento ai margini, come con i baci frettolosi di commiato nel cuore della notte, gli impegni che si materializzano nel non detto di prima, gli appuntamenti in stand by, i messaggi di dopo per dire come siamo messi. Non abbiamo quel tipo di rapporto. E io penso, per questo non ho una volta a casa. Ma il tuo cercare di prendere le distanze da me non mitigherà affatto il mio pensiero per te. Mi piaci ancora molto. Idem. Ci si lega piano piano, e poi inevitabilmente si resta legati. E’ possibile convivere con il dolore, figuriamoci se non è possibile convivere con la distanza. Everything’s coming up. Idem sarà il si. Non sei così lontana.

mercoledì 5 novembre 2014

Camera privata – Per me.


Il ricordo visivo che ho di te è un’immagine verticale a dare il senso dell’indefinito che sei stata. Un’immagine in primo piano di un esterno che riflette. Tu, guardando in basso, verso il proprio interno, tanto per enfatizzare la solennità di quella perfezione che cercavi. Chissà se l’hai trovata oggi. Ci sono ancora dettagli intorno a mostrare la nobiltà antica e sobria del mio amore per te, seppure ricambiato dalla tua alterigia. Conservo stupendi scorci paessagistici del tuo corpo, selvaggio al mattino, pieno di colori caldi e sensuali. La mente torna e ricostruisce quell’ambiente scarno e troppo povero per i tuoi gusti, mentre con lo sguardo percorro dal basso verso l’alto quei momenti di sesso spensierato seppur doloroso. Ricordo ancora, ma con cautela. Che le emozioni s’infiltrino forzatamente non lo voglio. Ogni tanto scelgo liberamente se rivederti. Certi risultati si ottengono solo applicandosi molto. E siccome stavolta ho preso la libertà di ricordare qui, in scritto, con l’idea di dare una prospettiva diversa alla mia memoria, considero doveroso dirti grazie. Nel tempo vissuto insieme sono stato troppo a lungo nell’oscurità. Non proponevo nessuna soluzione, solo critiche. Sei sempre stata la stessa? Non lo so, e nemmeno mi rispondo più. Ho troppo spesso avuto occhi solo per vedere, orecchie solo per ascoltare, te e solo te. Poi ti ho ri-vista. Un attimo, ma appena in tempo. Ammetto che mi c’è voluto così tanto tempo per vedere chi sei veramente, per sentirti. Poche mattine fa, mentre stavo facendo i bagagli di questo viaggio per tornare a Kuwait City è squillato il telefono. Una voce che non avevo riconosciuto come amica, una donna che non sparisce, mi ha detto: “mi è piaciuto tantissimo Camera privata. Poi è arrivato il buio. E sono interessata a conoscere il resto della storia. Ti andrebbe di scriverla?” E prima che lei aggiungesse un’altra parola, prima di pensarci su una seconda volta, ho detto: “Si, ma io non scrivo storie su altre persone, io scrivo di me. E scriverò su di me, in quel tempo, a cominciare da oggi.”
Ho subito immaginato il tuo viso, t’ho visto sguardarmi senza sorriso. E da quel momento, ho scritto questo. Anche questo inizio, come spesso, sono partito con l’approccio sbagliato. Anche con te, ricordi? Sono stato attirato dal tuo ignoto, il mistero del perché una cosi spettacolare bellezza si trovasse lì, con me. Quel tuo silenzio e quei tuoi occhi. Ti ho detto dammi la mano, hai capito dammi una mano. Siamo caduti nel silenzio. Quel guardarsi negli occhi, intenso e silenzioso che dice tutto, che è diventato poi un altro intenso e silenzioso, non avendo più niente da dirsi. Eri giovane, con un viso luminoso, un corpo solido proiettato nella luce e mostravi con orgoglio il traguardo professionale raggiunto con intelligenza, caparbietà e solitudine. E perché eri lì e sei rimasta quelle settimane? È effettivamente un mistero, secondo me. Ma riflettendo prima, scrivendo poi, mi sono reso conto che il mistero era solo una piccola parte della storia. Ho parlato, con persone che t’avevano conosciuta, senza saperlo prima, e mi sono reso conto che non serviva a niente provare a ri-conoscere qualcuno se non ne conosci la storia, e che storia la tua! Pensavo di sapere del tuo passato, del tuo lavoro e così via. In realtà non sapevo nulla, o poco nulla. Ma questo non è il racconto della tua storia, semmai della nostra non-storia. Un racconto collettivo a due, semmai. Una storia senza scorciatoie, senza nulla di facile o immediato. C’è voluto tempo, non moltissimo, vero, forse il giusto. Amare, che per me è significato starti accanto, è stato duro, incessante, impegnativo, con un desiderio che è fluito incessantemente, senza fermarsi, sena riposarsi. E volevo catturare e farlo mio per sempre, quel desiderio. Volevo possedere quel fiume di audace passione, ardente desiderio e carne e sangue. Quel fiume con i suoi ritmi irregolari, sincopati, che scorreva attraverso le sue routine e le sue rapide, giorno dopo giorno. Un fiume che esigeva sacrifici, costringeva ad una lotta senza tregua, pretendeva esclusività e regalava sassi. Sono sempre stato io, anche quando ti vedevo piangere lacrime non per me, ma con me. Voglio mettere i puntini sulle mie i. I come immaginazione. I come io. I come iconoclasta. Non sopporto il dovresti, il corrimano, il cromato, l’acqua gassata, il senso unico alternato, l’alternativo, il redivivo, e il comodino. Se ti ho voluto bene? Ti vorrò bene per sempre. Accada quel che accada, non esiste voler bene che abbia un data di scadenza.  Questa sei stata. E questo sono stato io, senza mezze misure. Che invece vivevo comprendendo te e da te non compreso. Mi sembra di riascoltare la tua voce, e ho capito che questo siamo stati. Perché non devo dimenticare quello che posso fare, quella che è stata una mia ambizione, quello che devo fare. Fino alle ventidue si usa l’immaginazione, dopo si usa la memoria. La prima illude, la seconda delude. Per me.