domenica 26 aprile 2015

Camera 303 – Appunti volanti e informali di miei pensieri raccolti una sera.



Tornare qui dopo due anni, nello stesso hotel e constatare quello che so per esperienza. Che tutto può cambiare anche se resta tutto uguale, che tutto può apparire uguale anche se è tutto diverso. Secondo me, per analizzare e realizzare quanto si cambia dentro, non hanno inventato ancora niente di meglio del viaggiare. Così su due piedi, già attraversando il corridoio del terzo piano mentre cerco la 303, mi salta agli occhi l’impressione forte di quanto fosse completamente diversa la mia vita di prima. Cioè due anni fa, ero venuto qui che non avevo ancora una casa. E mi sembrava una cosa normale. Cioè è vero che stavo per entrarci, nella casa, ma anche non so, era normale che passassi da una camera all’altra. E quello della casa, che allora mi sembrava un cambiamento rigoroso, severo, serio, terribile visto da qui, era solo uno dei tanti. E neanche il più grande cambiamento che avrei affrontato. Che poi la camera di un hotel per me non era un surrogato di una casa. Era un posto che uno di andava e si sentiva a casa. Funzionava benissimo anche quello per essere se stessi, anche senza oggetti. Questo è un posto dove la vita, non interessante di un decadente, corrotto quarantanovenne, si racconta in una camera d’hotel per volta, e gli ospiti dell’hotel, il portiere, il concierge, il facchino, il personale di cucina, il ragazzo dell’ascensore, l’uomo del garage, le cameriere del piano, non fanno a gara per partecipare, ma sono dei guardiani di questi momenti e di tanto in tanto, quando rubo loro gli sguardi sul mondo, mi guardano malissimo. Però per tornare ai cambiamenti che producono sempre incanto e incompiutezza, devo dire che alcuni ti ricordano di non dimenticare la cosa più importante che però adesso non mi va di scrivere qui, perché voglio rispettare la sua richiesta di non essere citata, nominata. Mentre cerco di mettere in armadio gli abiti dalla valigia, mi rendo conto che manca il portacravatte. Penso di averlo distrattamente già poggiato altrove, chessò sul letto, o in un cassetto, ma nulla. Tutti i tentativi di ritorvarlo non hanno portato a niente. Allora mi affaccio alla finestra, mi metto a pensare a lei e visualizzo le tre cravatte rimaste a casa. Per essere precisi, sono rimaste su una mensola di vetro che sta al centro dell’armadio. Che poi uno si chiede perché un armadio di una camera da letto abbia mensole di vetro al centro, tra le quattro ante. Ma niente, non lo so, l’ho trovato così. Anzi prima erano tre, adesso solo una, le altre le ho occultate. Comunque è la prima volta che dimentico una cosa importante di lavoro, le cravatte. E mi viene in mente che prima, quando passavo da una camera all’altra, non perdevo nulla di questo. Era tutto in valigia, sempre con me. Un bel vantaggio, senza dubbio. Però ho pensato anche che è stata la mia mente, solo la mia, ad avermi ingannato. Ad aver prodotto un’immagine completamente falsa: quella del portacravatte nello scomparto superiore della valigia. E per analogia allora penso che anche nelle relazioni finiamo per vedere cose che non esistono, finiamo per ricordare parole mai pronunciate, promesse mai dichiarate. Insomma, che se inganno c’è stato, non è dell’altra persona, ma di noi stessi. Ci siamo ingannati creando un mondo parallelo. Mi sono lasciato ingannare da me stesso, imperdonabile. E questo mi porta a pensare ad un altro cambiamento importante che ho vissuto sulla pelle. Cioè ho pensato, per un periodo di tempo durato qualche camera, che certe storie lasciano cicatrici perenni. Che alcune storie vorresti dimenticarle, altre invece vorresti ricordarle per sempre. Quelle inutili stanno tra la memoria e l’oblio. E che se voglio portare segni sulla pelle, voglio che siano quelli dei miei viaggi, voglio che siano segni che mi piacciono. Così ho due tatuaggi.