domenica 31 maggio 2015

Camera 204 – Considerazioni serali sul fatto che sono discromatopsico.



Qui c’è un silenzio lussuoso. Nessuno passeggia in strada, le auto sono ferme, perfino le vetrine sono silenziose. Secondo i ricercatori finlandesi il silenzio è una risorsa importante. Sarà. Ma quando sento questi discorsi sul silenzio, sulla benefica attività terapeutica della quiete, ho l’impressione che qualcuno voglia vendermi la calma. E la calma non la compri, ammesso che t’interessi. La calma la trovi, non la cerchi. Un poco come l’amore. A me non interessa la calma come valore assoluto. Io sono calmo in quello che è per molti lo stress della città, del movimento. Qui anche al ristorante i movimenti sono calmi. Gruppi di persone sedute ai tavoli condividendo sguardi e luci di candele, bevendo con tale lentezza da ricordarmi quando d’estate con il caldo vuoi bere e la mamma ti diceva di farlo a piccoli sorsi. Ore e ore, restando seduti, immobili nei corpi. Ma quale sarà il loro stress da portarli a stare fermi per rilassarsi? Me lo chiedo ma non a lungo, perché sono seduto al bancone del bar e, conseguentemente, posso guardare solo la spettacolare disposizione di bottiglie, le acrobazie del barman con bottiglie e bicchieri e cercare di riconoscere quindi i cocktails che prepara. Per un poco cerco anche di immaginare chi berrà quegli intrugli. Perché bere, significa scegliere e scegliere significa raccontare di sé attraverso quella scelta. Ma stasera non c’è spazio per questo perdersi nei vicoli altrui. Mi torno a concentrare su un pensiero prodotto mentre ero seduto al posto di corridoio della fila sei dell’airbus trecentoventuno che mi ha portato a Helsinki. Ero seduto da solo e ho avuto modo di guardare fuori dall’oblò. A un certo punto mi sembrava di vedere cose che non avevo mai visto, come tagli di luce che attraversavano nuvole, le stanze dove si prepara la pioggia prima di uscire e, attraversando un corridoio fatto di silenzio, precipitare giù facendo un rumore metallico. Però io sono discromatopsico e allora se li descrivo i colori, non sono affidabili. Se ti dico che era blu forse era viola. Allora te li devo descrivere in altro modo, perché non posso distinguere tutte le sfumature e le tonalità. E come faccio a descriverti i colori che vedo che rappresentano la gioia dell’arte nella vita? Ma poi penso che mentre non poter distinguere i colori è una causa naturale, il non saper distinguere le tonalità comportamentali, le sfumature emotive, la cartella colori delle relazioni, è peggio. E con quell’incapacità che si fanno danni peggiori. A se stessi. Alla discromatopsia visiva devo aggiungere quella emotiva. Perché mi rendo conto che non ho saputo distinguere una voglia da un’urgenza, un ti amo da un orgasmo, le tue lacrime dalle lacrime per te stessa, il tuo silenzio da un abbandono, il tuo sguardo dal voltarti indietro, il tuo non voler andare dal tuo non volermi accanto, la tua indecisione dai tuoi dubbi, il tuo fare per il mio bene dal fare del bene per te stessa. Così come non ho saputo riconoscere un passaggio da una relazione, una notte da una tempesta, una telefonata da una scopata. Non sono istintivo, mi applico con la ragione e quindi non interpreto: leggo testualmente, mi attengo al testo. Non penso che no sia forse e che forse sia si. Non l’ho mai fatto e non comincio ora. Ora intorno a me ci sono le voci dei sussurri, dell’acciaio dello shaker con ghiaccio, del cristallo del tumbler, di Heaven dei Talking Heads. Per me la quiete non è il silenzio assoluto. Per me la quiete è ascoltare ciò che ti fa stare bene. E non ho saputo distinguere la quiete di due corpi accanto, con il silenzio di chi non vuole parlare. E quando muovevi la testa, pensavo che una musica stesse attraversando la tua testa e invece non ho saputo riconoscere che te la stavi portando via la musica. E per questo che io e il silenzio non andiamo d’accordo. E non ho saputo distinguere quel tuo alzarti dal divano dal mettermi alla porta. E una volta fuori non ho saputo riconoscere più la strada per casa e sono finito in un labirinto di ricordi aggressivi come arbusti spinosi e perciò, graffianti. La conferma che non so distinguere l’ho trovata in questa terra, dove tra qualche settimana non si distinguerà il giorno dalla notte.

Heaven Talking – Heaven
Everyone is trying to get to the bar
The name of the bar, the bar is called Heaven
The band in Heaven, they play my favorite song
They play it once again, they play it all night long

mercoledì 20 maggio 2015

Camera 258 – Scritto prima di andare alla cena di gala, dopo averti sognata.

“Tienimi alla giusta distanza da quelli che amo, Dio, cazzo.”  Valeria Parrella – Troppa importanza all’amore.

Ho letto questo libro con curiosità. Poi l’ho riletto con accuratezza. Poi l’ho chiuso e lasciato fermentare dentro. C’erano tanti riferimenti a certe mie esperienze che non sto qui a riportare ché altrimenti divago troppo. Poi sono partito, come al solito. Nessun viaggio particolare come però ogni viaggio è particolare. Vabbè, sono arrivato Cracovia. Poi sono andato a dormire e t’ho sognata. Non mi succede spesso, ma succede. E tra sogno e pagine, c’è quel passaggio che mi passa e ripassa nella mente che sento mio. L’autrice sono certo capirà: come ogni artista autentico sa che la sua opera è completa solo quando si realizza in chi ne usufruisce. Tutta la vita si misura in distanze: di tempo e di spazio. Ed è in quello spazio assoluto che si esprime l’essenza. Essenza dell’essere, del sentimento provato, della propria origine, del proprio desiderio. Dieci parole, non una di più, per esprimere un concetto che vivo da anni sulla pelle. Che sintesi potente, Dio, cazzo.
E allora mi trovo a chiedere di tenermi alla giusta distanza in anni e kilometri dalla genesi, da quel luogo, da quelle emozioni che tagliano, da coloro che cercano di rendersi utili e quindi da coloro che fanno cose per il mio bene. A tenermi alla giusta distanza da chi cerca la risata sempre e comunque, da chi è ancora un invincibile ricordo sbagliato nella mente, dai dolci, dal troppo cotto, da chi ti rovescia addosso la falsa sfortuna di non essere perfetto. Tienimi alla giusta distanza da chi recrimina continuamente, dagli indecisi, da chi rivendica sempre, da chi non sopporta, da chi cerca sempre la poesia, da chi non legge un libro ma anche da chi legge solo libri senza fermarsi a parlare. Tienimi alla giusta distanza da chi non cerca più, da chi non vuole muoversi e preferisce stare sul divano, da chi ostenta la sua non ostentazione, da chi non apprezza il blu, da chi se n’è andato dalla mia vita senza passare dal via. Tienimi alla giusta distanza da chi ho amato, da chi non sopporta, da chi ti mi chiede come stai? Ma non viene mai. Tienimi alla giusta distanza dall’aria buona, dalla natura, dal verde che non so abbinare. Tienimi alla giusta distanza da me stesso quando mi frequento troppo, da chi non mi chiama per nome, da quella strada nel bosco, da quell’idea che avevo di te, dal telefono per chiamare ancora. Tienimi alla giusta distanza da chi non se n’è accorto, da chi fugge e da chi tace e non risponde. Tienimi alla giusta distanza dal vuoto e dal pieno. Tienimi alla giustanza distanza da me stesso, che dopotutto, è la distanza più importante.

domenica 10 maggio 2015

Camera 109 – L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.


Quando entro in camera ho sempre due possibilità. A volte mi ritrovo e mi riconosco, a volte sento che sto valicando la soglia di un territorio sconosciuto. A volte ti desidero ancora, a volte ti ricordo ancora. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a indicarmi quale delle due possibilità si trasformerà in strada da percorrere. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a trasmettermi quella sensazione di avere sempre una prospettiva diversa delle tue parole, dei tuoi silenzi con me. Le immagini e i vuoti sono la nostra storia, la nostra memoria. Mi chiedo se continuano ad alimentare solo la mia. La camera è il luogo che più abito, luogo di transizione eppure esposizione permanente che regsita i miei cambiamenti, piccoli o enormi, È lo spazio dove mi sento vivo, dove siamo stati davvero noi, anche se per un battito di ciglia. E ogni camera che ancora vivo, prende allora significati intrinseci e paralleli a seconda che viva di ricordi o di desideri. Di te. Dei tuoi elementi esteriori come lo stato d’animo e l’ineluttabile fretta che ti accompagnava, dei tuoi elementi interiori come l’aspetto e l’essere in forma. Tutto mi restituisce informazioni su come siamo stati male e bene assieme, di come abbiamo provato a interagire con i nostri mondi diversi, del provare a mescolare la creatività delle piccole cose e la personalità del gesto quotidiano. Non ricordo di aver capito meglio altro dubbio che il tuo. Le immagini dei ricordi scorrono con ritmo irregolare, come la luce dell’insegna del ristorante di fronte che filtra attraverso la tapparella rotta. I ricordi prevalgono quando documentano la progressiva scomparsa del dialogo lasciando spazio alla costruzione di un muro di separazione. Quel muro sul quale finimmo poggiati in quell’ultimo abbraccio. L’unico abbraccio autentico di quei pochi mesi. Io continuo a viaggiare, esploro gli spostamenti del vivere e vivo nello spostare. Mi manca quel nostro incontro, sostenuto da sguardi e sensazioni, sfumature e densità che sì, d’accordo, vivevo solo io, ma mi restituivano lo stupore della bellezza fatta sangue e del seguito che avrebbe avuto. La bellezza, si sa, richiede attenzione e pretende uno spazio suo. Fissavo la tua mutevole bellezza, il suo contenuto che per altro era solo superficiale, il suo alternarsi tra effimera e persistente. Quella bellezza che indossavi come un abito che ti dava identità. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno nel mio tempo. Quel tempo che abiamo abitato insieme ma non vissuto insieme. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno in quel doppio di sé, che è il sesso. Quel sesso come nostro organismo. Vivo, si rigenerava, cresceva, si modificava. Quel sesso che reagiva ed era reattivo:  custodiva le nostre espressioni, estensione dei nostri pensieri e delle nostre possibilità. Quel sesso che è l’unica cosa che hai vissuto con me. Poi arrivò quella domenica che mi guardava con sospetto. Poche parole. I se come espressione di sé. E improvvisamente tutto è divenuto convulso, connesso e contagiato. Dentro e fuori sono limiti da valicare continuamente. L’atmosfera della tua casa era divenuta non accogliente. Da materiale a immateriale, da persone che ci sono a persone che sono. Allora si esce. Io esco e lascio alle spalle la tua vuota bellezza. L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.

Camera 533 – Pensieri scritti nel tentativo di prendere sonno.






Amsterdam non è mai stata una città meta, una città sogno per me. In tanti hanno detto e continuano a dire che città fantastica. A me insomma rimaneva sempre quell’impressione che si ha (aveva?) dall’Italia, di Amsterdam, anche se venendo qui, l’impressione è completamente diversa. La stessa cosa che accade con le persone, insomma. Però è una città che mi è sempre stata indifferente, fin dalla prima volta che andai a L’Aja. Invece da sempre avevo due città, che per quarantadue motivi diversi per ciascuna, volevo visitare. Una era New York, l’altra era Mosca. Nelle mie idee, in quei piani che fai quando sei un ragazzo che sfoglia le riviste di lusso, cioè non erano di lusso, ma viste in quegli anni sembravano di lusso, la prima che avrei voluto visitare, doveva essere NY. C’erano ragioni ovvie tipo che era più facile viaggiare verso ovest, tipo che c’erano dei parenti emigrati, tipo che l’ URSS che conoscevo era quella della cortina di ferro, de Una giornata di Ivan Denisovič il romanzo di Aleksandr Solženicyn, che sembrava grigia e inospitale per quanto riservata e attraente. Poi la vita si diverte a mescolare tutto, a farti deviare davanti all’ultimo metro del traguardo che sembrava già raggiunto. Così sono finito prima a Mosca. La cortina di ferro non c’era più, nemmeno Leonid Breznev che per me era il simbolo espressivo di quelle riviste russe tradotte che leggevo. Arrivai a mezzanotte in un aeroporto tanto enorme quanto aperto a tutti, tra militari armati e finti tassisti. Mi ricordo che tutti volevano offrire qualcosa. In un certo modo ero diffidente e spaventato, invece il calore e l’accoglienza dei russi si sono manifestati subito. Arrivai in hotel, Mandarin se non ricordo male, verso le due di notte. La strada dell’hotel era sporca di fango e neve e vicino ci stava una caserma. Non sembrava una di quelle strade che vuoi passeggiare per fumare l’ultima sigaretta prima dell’alba. Invece, scoprii che tutte le strade appaiono così a Mosca, perchè quando nevica e fa freddo, fa freddo sul serio e non si sta a perdere tempo a togliere fango e neve che già ne arriva. Però tornando all’hotel, che altrimenti divago tanto, erano le due di notte (o del mattino? Boh..) e il bar era aperto, la cucina pure, vendevano le sigarette e si poteva stare a chiacchierare e fumare come fossero le sei di sera. E non era un super lussuoso hotel che ti offre il servizio 24H caricando una cifra da investimento sulla black card. Era l’ospitalità russa. Che ho trovato a Mosca, a Kursk, a Minsk, a Yaroslav. Chi ti apre le case, chi ti offre un thè caldo, una vodka, una sigaretta. Tutti seri e calorosi, felici della loro offerta, severi nelle loro espressioni, rigorosi nelle loro file al freddo per entrare al Mausoleo, austeri nell’osservare la campana dello zar davanti al campanile di Ivan Il Grande. Mosca è quella donna alla quali non dici ti amo, ma che ti ama per tutta la vita. Quando poi sono andato a New York, la prima volta a febbraio di quest’anno, non mi è venuta in mente Mosca subito. Mi sono prima fermato ad un semaforo sulla 5th Av. e ho pensato: bellissimo. Forse ce l’avevo stampato in faccia, che tutti mi sembravano sorridermi, gentili nel chiedermi con lo sguardo quale fosse la prima parola che avessi imparato quel giorno. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto: bellissimo. Però mi sono reso conto che loro non scherzavano. Camminavano, attraversavano, correvano, parlavano al telefono, portavano in mano bicchieri di carta con caffè fumante, scendevano le scale delle stazioni della metro, fermavano i taxi al volo, facevano la coda alla cassa di Dean & Deluca, mangiavano succulente eggs benedikt da Balthazar, sorseggiavano Chili Martini da Oceana, urlavano il loro amore in Times Square e molto, molto, molto, molto altro ancora. Ma non scherzavano. Mercanteggiavano, si. Trafficavano, si. Negoziavano, si. Ah, non dormivano. Quindi, non scherzavano e non dormivano. New York è quella donna alla quale dici ti amo, ma che non ti amerà per tutta la vita. Ho pensato a questo e a molto altro stasera. Non ho capito bene di cosa ho parlato con me stesso, di cosa ho scritto. Sempre ammesso che le altre volte ci sia riuscito, a capirmi e farmi capire. Sono stato il segreto di qualcuno. Così segreto che tanti lo sapevano, men che io. C’è già un nuovo biglietto per New York, e non per Mosca. Non è casuale, è una scelta. Poi penso a queste ultime nuove notizie, labili, per sapere chi era mio padre. E’ così che sto al mondo, penso, nel tentativo assurdo di prendere sonno.