domenica 10 maggio 2015

Camera 109 – L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.


Quando entro in camera ho sempre due possibilità. A volte mi ritrovo e mi riconosco, a volte sento che sto valicando la soglia di un territorio sconosciuto. A volte ti desidero ancora, a volte ti ricordo ancora. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a indicarmi quale delle due possibilità si trasformerà in strada da percorrere. È il desiderio o il ricordo che ho di te, a trasmettermi quella sensazione di avere sempre una prospettiva diversa delle tue parole, dei tuoi silenzi con me. Le immagini e i vuoti sono la nostra storia, la nostra memoria. Mi chiedo se continuano ad alimentare solo la mia. La camera è il luogo che più abito, luogo di transizione eppure esposizione permanente che regsita i miei cambiamenti, piccoli o enormi, È lo spazio dove mi sento vivo, dove siamo stati davvero noi, anche se per un battito di ciglia. E ogni camera che ancora vivo, prende allora significati intrinseci e paralleli a seconda che viva di ricordi o di desideri. Di te. Dei tuoi elementi esteriori come lo stato d’animo e l’ineluttabile fretta che ti accompagnava, dei tuoi elementi interiori come l’aspetto e l’essere in forma. Tutto mi restituisce informazioni su come siamo stati male e bene assieme, di come abbiamo provato a interagire con i nostri mondi diversi, del provare a mescolare la creatività delle piccole cose e la personalità del gesto quotidiano. Non ricordo di aver capito meglio altro dubbio che il tuo. Le immagini dei ricordi scorrono con ritmo irregolare, come la luce dell’insegna del ristorante di fronte che filtra attraverso la tapparella rotta. I ricordi prevalgono quando documentano la progressiva scomparsa del dialogo lasciando spazio alla costruzione di un muro di separazione. Quel muro sul quale finimmo poggiati in quell’ultimo abbraccio. L’unico abbraccio autentico di quei pochi mesi. Io continuo a viaggiare, esploro gli spostamenti del vivere e vivo nello spostare. Mi manca quel nostro incontro, sostenuto da sguardi e sensazioni, sfumature e densità che sì, d’accordo, vivevo solo io, ma mi restituivano lo stupore della bellezza fatta sangue e del seguito che avrebbe avuto. La bellezza, si sa, richiede attenzione e pretende uno spazio suo. Fissavo la tua mutevole bellezza, il suo contenuto che per altro era solo superficiale, il suo alternarsi tra effimera e persistente. Quella bellezza che indossavi come un abito che ti dava identità. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno nel mio tempo. Quel tempo che abiamo abitato insieme ma non vissuto insieme. Sapevo che era destinata a lasciare il suo segno in quel doppio di sé, che è il sesso. Quel sesso come nostro organismo. Vivo, si rigenerava, cresceva, si modificava. Quel sesso che reagiva ed era reattivo:  custodiva le nostre espressioni, estensione dei nostri pensieri e delle nostre possibilità. Quel sesso che è l’unica cosa che hai vissuto con me. Poi arrivò quella domenica che mi guardava con sospetto. Poche parole. I se come espressione di sé. E improvvisamente tutto è divenuto convulso, connesso e contagiato. Dentro e fuori sono limiti da valicare continuamente. L’atmosfera della tua casa era divenuta non accogliente. Da materiale a immateriale, da persone che ci sono a persone che sono. Allora si esce. Io esco e lascio alle spalle la tua vuota bellezza. L’aspetto è un elemento interiore da non sottovalutare.

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