venerdì 26 giugno 2015

Camera 200 – L’asino che volava e che volle credere all’amore.

C’è molto silenzio qui. Un castello intorno a una camera è qualcosa che protegge e spaventa. Come la libertà, protegge e spaventa. Io vivo lontano da qui, ma non solo per la distanza di luogo. Per la distanza di come. Da me non c’è silenzio. C’è ogni sorta di rumore cittadino, che per me, è suono di vita. Apnea respiratoria. Non mi piace il silenzio. Esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie domande, i propri dubbi, in una parola, esprime se stessi, apre le porte alla vulnerabilità. Ma tant’è, è la vita. E farlo scrivendo qui, significa aprirle ancora di più, se possibile. Significa lasciarle alla libera lettura di chiunque. Va bene. Non importa, voglio tentare.
Non sono molto intelligente, nemmeno perspicace. Forse sono sensibile, dicono. Io ancora non ho capito fino in fondo se è una cosa buona. Sono tante le cose che non capisco. Me ne rendo conto. La sensazione di essere come Chance giardiniere. Quando esce dopo tutta una vita dalla casa che lo aveva cresciuto e protetto, ma anche rinchiuso, incapace di vivere nel mondo esterno. Confusione e incomprensione che lo fanno apparire un grande genio e un istante dopo, uno stupido ingenuo. La vita continua, no? Si, certo. Quindi si apre la porta, di esce. Raccontarsi è aprire la porta. Di cosa ho bisogno lo decido io. Così, camminando tra questi lunghi corridoi silenziosi, raccolgo pensieri sparsi, risposte date, domande che ancora vagano. Voglio solo sapere chi sono adesso. Non guardare indietro, andare avanti. E’ la cosa che desidero di più nella vita. Faccio per me, mi prego. Mangiare da soli. Come accade che due sconosciuti si incontrino? Deve accadere qualcosa perché due persone si incontrino. Quel qualcosa è un cambiamento. Svolto un corridoio, cerco la sala ristorante che mi hanno detto essere in un’altra ala. Un volto, un altro silenzio. Ci si riconosce nei silenzi? Il corridoio è buio. Non è il buio che spaventa, è essere chiaramente all’oscuro. Ammetto la debolezza del non sapere. Così provato dalla non verità che quando questa mi si presenta davanti, faccio fatica a riconoscerla. Come una carezza, un abbraccio. E faccio domande, stupide almeno quanto me, per una conferma che non arriva quasi mai. E mi racconto così trasparentemente da sentirmi un asino che vola. L’asino che volava e che volle credere all’amore. Ma è nel buio che devo guardare con disobbedienza, ottimismo e avventatezza. Lo sconosciuto mi affianca. Che a vedersi mette quasi paura. Uno scambio di buio, passa e se ne va. Ma nella mente torna quell’altro viso. Tu mi piaci molto e non ricordo l’ultima volta che ho provato qualcosa di simile. Ho pensato a te tutto il giorno, e sono mesi che non ne parlo con nessuno. Come ti è venuto in mente di dirmi che ti piaccio?
Perché mi hai cercato? Ne avevo bisogno.
Il passato appartiene a un altro me.
So qual è il mio posto.
Ma le decisioni che prendo, quelle sono io
Devo convivere con quello che sono da solo.
Nessuno può modificarlo.
Quante volte partiamo?
Quante volte torniamo?
Quanto va perduto in ogni viaggio?
Quando lo perdiamo?
Quanto va trovato in ogni viaggio?
Che ci guadagni? Io riparto. Decidi tu se cercarmi o no.
In fondo tutto si riduce a due risposte: si, no. Senza fare tanto gli schizzinosi.