lunedì 12 ottobre 2015

Camera 515 – Il viaggio dopo tutti gli altri viaggi.







New York, 12 ottobre 2015
Sono corrotto, superficiale, decadente e senza tempo. Ho sempre definito me stesso in base alla mia autonomia, alla mia capacità di esprimermi che passa attraverso la proprietà di linguaggio. Non avere modo di esprimersi è come perdersi, non sapere chi sono. Non posso stare fermo, ci deve essere un progresso, un movimento verso qualcosa. O qualcuno. Per questo la vita per me è movimento o, in una parola, un viaggio. Non sopporto chi si vuole distinguere dai turisti e si definisce viaggiatore, non sopporto i turisti e non devo spiegare perché. Non sopporto gli stanziali, coloro che vogliono tornare a casa. Io sento di tornare a casa quando ritorno in una camera. Horreur du domicile: Pascal disse che tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola: non sapersene stare quieto in una stanza. “Notre nature” dice ”est dans le mouvement…La seule chose qui nous console de nos misères est le divertissement”. Ecco, io sto bene in una camera, chè non sia sempre la stessa. Anzi, che sia in un non-lieu. Mi piace quello che ho visto fin qui della mia vita, come di questo singolo viaggio. Nonostante tutte le opinioni altrui, ho incontrato sempre persone interessanti. Ognuna a modo suo. Ho incrociato i destini di qualcuno, ho sempre rispettato e stimato ogni singola anima. Possiamo fidarci di qualcuno che non capiamo ma che percepiamo? I just have to know. To be answered. Persone che sono sempre state vicine possono diventare improvvisamente estranee. E riparto. Un viaggio più lungo e bello. Questo è un viaggio fatto da solo, non per lavoro. Perché nel viaggio a due, c’è sempre chi vuole qualcuno di diverso e chi vuole qualcosa di diverso. A volte si vince, a volte si impara. La differenza tra ciò che voglio e ciò che temo, ha lo spessore di un capello. Per molti la fiducia è qualcosa da far guadagnare. Io mi sono affidato sempre alla ragione. A quella idea di donare senza chiedere. Ho trovato così facile immedesimarmi in te. Per quella vicinanza insolita, fatta di fisica e anima, di passato e futuro, di egoismo puro e ricerca di un abbraccio. Anche tu appartieni all’insieme che non mostra il vero sé per più di un intervallo. Una costante manipolazione per nascondersi agli altri, a me, a te stessa. E ti nascondi sempre, temendo. Tu che sei qualcuno. Io ti osservo, in modo che ti appare molto scientifico, molto documentato, ma non molto personale. Se solo tu sapessi. Una volta ci ho messo tre giorni interi per dimenticarti. Vuoi ancora restare qui?
Io: ci pensi mai due volte?
Tu: l’aspetto triste ma ironico è che te ne accorgerai solo quando tutto questo sarà finito.
Io: le cose che piacciono ai più sono anche le meno belle.
Tu: ma io come faccio a fidarmi di te, P?
Io: M io non te lo chiederò, mi fido e basta.
E avrei altre domande da farti, risposte da ascoltare. Vorrei sapere se prima di mandarmi un messaggio fai le prove di quello che scriverai, perché non ci siamo mai telefonati, perché non hai mai risposto al mio invito, come sarebbe il tuo giorno “perfetto”, quando hai aspettato l’ultima volta per qualcun altro, se c’è qualcosa che immagini di fare con me, se c’è qualcosa che sarebbe importante che io sapessi. E invece no, non chiedo, non dico. Non scrivo, non ti chiamo. La mia scatola delle buone intenzioni è coperta di polvere sulla mensola del tempo senza controllo. Il passato continuerà a vivere finchè gli dedicherò pensieri. Il giorno in cui io e lei diventammo amici, ovvero il punto di non ritorno.
Giorno –  C’era un raduno di attivisti animalisti, una coppia di cinesi appena sposati, neomamme e future mamme che facevano training, una donna bianca magra come un chiodo che faceva correre in circolo una giovane donna di colore obesa, un uomo con un passeggino e due bambini, una mamma e un neonato che gattonava sulla coperta davanti al lago, la coda di coloro che volevano fittare la barca per un giro sul lago a 15 dollari l’ora, tre donne spagnole che mi hanno chiesto di fotografarle, Aggie che ha ammirato la mia borsa, Cameron una giovane cameriera che cantava come la Houston, runners dappertutto e di tutte le età, cani di ogni razza, biciclette e pattini, una bambina che non sapeva più scendere dal puma di ferro sul quale il padre l’aveva messa, il sole sul prato dove avevano cantato Simon & Garfunkel, pic nic di giapponesi, la voce di Alec Baldwin, i saluti con gli sguardi e gli sguardi smarriti, i venditori di noccioline pralinate, i compratori di sogni, gli irriducibili del fitness, i gay con i pantaloni arrotolati e i capelli rasati ai lati, una donna giovane solo ossa e nervi che con modi da istruttore dei marines faceva fare pesi a ritmo ad una donna obesa giovane latinoamericana sotto la statua di un re polacco, le auto della nypd che in silenzio osservavano, i cartelli che permettono e quelli che vietano, gli alberi, le pinete, i suonatori di strumenti che chiedono un’offerta ma minimo 5 dollari per riprenderli in video, il vento fresco, i giornali, gente con sciarpe e cappelli, un uomo seduto su una panchina con i piedi nudi fuori dalle boat shoes in t shirt e shorts che faveva yoga, un giovane che cantava rap immerso nelle sue cuffie, tre uomini di colore che suonavano melodie religiose, i sostenitori di gesù, artisti che vendevano le loro foto o quadri o medaglie, il venditore di limonata, il furgoncino delle specialità belga, Kramer contro Kramer, Il maratoneta, un uomo che giocava con la figlia e la mamma che osservava distratta, coppie che si baciavano, ragazze che ridevano sguiatamente, pessimi colori per vestiti strani, il mare nei ricordi dei reduci, i platani e le querce, i genitori che fotografano i figli sulle capre, il carosello dei cavalli e la marcia di Radetzky e molto altro ancora. E io, che non l’ho ancora capito se volevo conoscerla la verità.
Sera  –  Sono da Emmett O Lunney’s, bevo una Brooklyn lager, rubo penne dal bancone da regalare come souvenir, un tizio vestito da bavarese e grosso come un bavarese parla con un barman, attendo delle potato skins e fuori c’è il mondo. Questo è un lavoro da birra, non da caffè.
Giorno  – Breakfast in America. Sulla 47ema, molto glocal, Maria the most beatiful name è una portoricana appena uscita da West Side Story che smista i clienti ai tavoli, al desk serve Jane, donna che ha il petto largo quanto i fianchi, insieme a Jack che ha i baffi e più di sessant’anni. Si aggira anche il proprietario che sembra italoamericano con la giacca di lana marrone su camicia bianca. C’è il pancake syrup, latte, ketchup Heinz How do you happy?, zucchero, Splenda, Sweet’n low, french toast, sausage, acqua fredda con ghiaccio, tre donne sulla soglia del come eravamo alla mia destra che chiedono a Jane di essere fotografate insieme, un sacco di caffè, gente in coda per avere un posto. E io, che ho deciso di bagnare anche questo posto.
Sera  – Lei è Hi. Hi come saluto, Hi come dire ci sono. Si dice che in Times Square ci passi tutto il mondo e che se sai aspettare, prima o poi qualcuno che conosci passa di lì. Non vendeva, non voleva soldi, non perorava cause, non incitava, non sollecitava, non chiedeva, non imponeva, non provocava e “non” tante altre cose. Eppure c’era. Per me e per gli altri settemilioninovecentonavantanovemilanovecentonovantanove umani di New York. Mi fermo, la guardo, mi guarda. Anzi, sguardiamo. Non importa la lingua, stiamo comunicando. Sto dicendo che sono qui per non essere altrove, dove ci sono domande, verità che non ho deciso di conoscere, luoghi che non voglio abitare, risposte che non voglio dare o sentire. Lei mi risponde con un sorriso e il suo cartello giallo. Un abbraccio, è gratis. Che stupore ho negli occhi. Una sconosciuta tra gli stranieri che vuole abbracciare uno straniero tra gli sconosciuti. Ecco perchè io mi sento a casa dove gli altri si sentono fuori. Ci abbracciamo. Sipario, questo viaggio finisce qui.